mercoledì 8 aprile 2015

Slalom

Si può ingannare tutti per qualche tempo
e qualcuno per sempre,
ma non si può ingannare tutti per sempre
(A. Lincoln)
L’elusione del reale
(di Felice Celato)
Viene il momento, temo, prima o poi, in cui l’elusione del reale si fa più ardua, in cui diventa più difficile scambiare la rappresentazione delle cose con la loro sostanza, l’affabulazione con le difficoltà vere.
Il realismo, dicevamo giorni fa con un amico, non è una cinica perversione di chi non sa (o non vuole) sognare ma un principio essenziale di sopravvivenza; anzi – aggiungeva l’amico – è addirittura una virtù politica. Ma è anche – questa è, invece, la mia opinione – una virtù sempre più rara e quindi difficile da praticare, a mano a mano che si afferma, in tutti gli ambiti, il fascino del messaggio semplificato e semplificante. E, in effetti, il realismo è naturalmente contrapposto alla semplificazione perché la realtà è, sempre e –appunto – naturalmente, complessa.
Ne consegue che l’azione – cioè l’operare nella realtà e sulla realtà – è un esercizio di per sé faticoso, difficile, rischioso e spesso incerto negli esiti; caratteristiche tutte, queste, che ben possono essere (almeno per un po’) eluse col messaggio semplificato e semplificante, perché l’uomo – si sa – non ama fatiche, difficoltà, rischi e incertezze; e dunque, istintivamente, ama chi ne prospetta, appunto, l’allontanamento.
Viene il momento, però, dicevamo all’inizio, in cui l’elusione non funziona più e il dato del reale ci viene incontro come un ostacolo troppo largo per noi che ci siamo abituati alle agili ed eleganti virate dello slalom; il largo ostacolo del reale, invece, è restato lì, ad attenderci, come un muro, non sempre insormontabile – sia chiaro – ma non più aggirabile nemmeno dal più agile degli specialisti di slalom; e ci vuole fatica per scalarlo, è difficile e rischioso aggredirlo con la piccozza, sempre temendo di non farcela. Non è insormontabile (spesso)….a meno che….a meno che l’infuso di messaggi semplificati che ci siamo propinati come fosse una edulcorata bevanda di loto non ci abbia, del tutto e per sempre, fiaccati e resi inani.
Facevo questa del resto banale riflessione considerando i tanti fronti sui quali mi pare si esercitano con più larghezza le propensioni elusive dei nostri tempi, da quella sull’avanzata dell’ISIS, a quella sulla situazione Siriana, a quella sulla solvibilità della Grecia, a quelle – per venire ai casi (solo un po’ più) direttamente nostri – sulle reali condizioni della nostra economia o, più in piccolo, sull’avanzamento dei lavori dell’Expo a venti giorni dall’apertura.
Molte elusioni, qualche credibile menzogna, qualche illusione, qualche repentino cambiamento di discorso, molti slogan decettivi (straordinario, da Nobel per la letteratura, quello del sindaco di Milano sull’Expo: “Non tutto pronto, ma visitabile”), qualche sovrano disprezzo per la banalità dei numeri, qualche saggio ma generico richiamo all’azione, magari morbida.
Non amo affatto la neve e so sciare quanto so giocare a polo senza saper cavalcare; ma, da sportivo da divano, guardo anche le gare di sci alpino e mi domando cosa succederebbe se, di là di un dosso, dopo strette “porte” evitabili solo con giochi di gambe e di piedi, improvvisamente comparisse un muro, fermo e duro, largo e alto: il muro del fine corsa, immagino.
Roma, 8 aprile 2015

lunedì 6 aprile 2015

Stupi-diario del Lunedì dell'Angelo

Salutari spremute di melograno
(di Felice Celato)
Piazza Campo dei Fiori, ore 11,30; come dopo ogni messa festiva, avvicino il solito immigrato del Bangladesh che distribuisce (costose ma buonissime) spremute di melograno, pubblicizzandole in italiano ed inglese come ottime e salutari (healtful and very very good, ripete a macchinetta mentre spreme i succosi frutti). In fila per essere serviti, un gruppo di giovani americani discute sulla salubrità della rossa bevanda. Non potendo trattenermi – come al solito, direbbe mia moglie – dal fare lo spiritoso, domando ai giovani americani se sarebbero pronti a credere che io ho 92 anni e che devo il mio (presunto) aspetto giovanile alla quotidiana bevanda di melograno.
L’intenzione della blanda spiritosaggine era, speravo, evidentemente, quella di far sorridere, nella presunzione che i quasi 30 anni di meno di quella veneranda età sarebbero stati sufficienti, appunto, a far sorridere, nell’attesa della bevanda.
Con mia dolorosa sorpresa, invece, tutti gli americani si sono complimentati per il mio aspetto assai (almeno spero) più giovanile di un novantaduenne! E c’è stato anche chi mi ha augurato di arrivare in questo stato ai non lontani cento anni.
Confesso che ci sono restato un po’ male e che ho dovuto accogliere con sincera contrizione i borbottii di mia moglie, del tipo: “così impari a fare lo stupido!”
Roma, 6 aprile 2015


Attorno a questo blog

Quarto compleanno
(di Felice Celato)
L’imminente “compleanno” di questo blog (aperto il 16 aprile del 2011) mi induce a comunicare qualche numero e qualche considerazione al riguardo di questi.
In 48 mesi (appunto 4 anni) ci siamo scambiati qualche idea 280 volte (quasi 6 volte al mese); uso il termine “scambiati” perché, nonostante i dialoghi “formalizzati” con commenti sul blog siano stati pochi (una ventina), non sono mancati tanti spunti di conversazione privata diretta o via mail, tutti ricchi di interesse e di ragionamenti non banali. E anche quei pochi che hanno preso la forma di un commento pubblicato, nessuno di essi (lo dico con orgoglio per la qualità dei miei amici-interlocutori asincroni) ha assunto le banali caratteristiche che tanto affliggono molti dei blog assai più popolari del mio.
Per me, poi, le occasioni per scrivere qualcosa sono state altrettante occasioni per ragionare dei nostri tempi (talora anche per sorriderne, come facciamo con gli stupi-diarii) e riordinare le idee, come sempre accade – credo – a chi tenta di mettere giù ordinatamente le proprie. Scrivere è un esercizio (per me, lo confesso, estremamente piacevole) di chiarificazione, prima di tutto per se stessi; e se anche in esso può esserci una componente lato sensu narcisistica, ho sempre trovato estremamente utile rileggere a distanza di tempo per misurare nei giorni e nei mesi come cambino le sensibilità e anche le valutazioni. Il che, in qualche modo, “relativizza” le nostre opinioni e ci induce (o dovrebbe indurci) ad una moderata auto-valutazione delle stesse: sbagliamo tante volte, anche quando ci sembra di essere sicuri di quello che diciamo (ricordate il Minimum Irrepressible Futile Thinking Index di cui abbiamo scherzato in un post dell’ottobre scorso?). Il tempo, da questo punto di vista, è un grande maestro.
Nei 48 mesi di…”onorato servizio” il blog ha avuto oltre 19.000 visite, quasi 400 al mese, più di una dozzina al giorno. Certamente il numero così elevato è anche frutto di visite occasionali, magari indotte dalla casualità delle centinaia di migliaia di “ricerche” che corrono ogni giorno sulla rete (per esempio: un mio post dell’aprile 2011 intitolato Confini/frontiere ha avuto quasi 1200 visite, quasi una al giorno); ma mi conforta rilevare che nei due mesi (maggio e giugno del 2014) in cui non ho scritto alcunché (una crisi che si è rivelata passeggera), le visite si sono ridotte ad un terzo, segno che – mediamente – gli altri due terzi delle visite sono, di solito, indotte dal filo delle nostre conversazioni asincrone. Se fosse lecito trarre una conclusione generale da questo semplice dato forse statisticamente poco significativo, si potrebbe dire che circa 250 visite mensili (i due terzi delle complessive 400) sono indotte appunto dal filo delle nostre corrispondenze e quindi da un  desiderio di restare in contatto che va al di là dei soli 5 followers, “registrati” come tali.
Insomma: possiamo essere soddisfatti, non foss’altro per come abbiamo passato il tempo, senza far danni (almeno spero) ed esorcizzando l’isolamento che l’età tende a portare con sé.

Roma  6 aprile 2015 (Lunedì dell’Angelo)

giovedì 2 aprile 2015

Settimana Santa

L'oscurità e la paura
(di Felice Celato)
La settimana santa è, qualche volta, sperabilmente ogni anno, l'occasione di una pausa di riflessione che "spezza" il flusso del quotidiano agitarsi delle nostre cure.

Mi permetto di segnalare due brevissimi spunti, attingendoli dagli scritti e dalle omelie di quello che oggi chiamiamo il Papa Emerito ( e che io continuo a ritenere una vera luce nel cammino della fede dell'uomo contemporaneo).

Il primo è  uno stralcio, anticipato oggi dal Corriere della sera, della prima parte del saggio di apertura del libro «Gesù di Nazareth. Scritti di cristologia», che verrà pubblicato a novembre in traduzione italiana dalla Libreria Editrice Vaticana. Scritto nel 1973, il testo è uscito nel 2014 in Germania presso la casa editrice Herder, che sta pubblicando le Gesammelte Schriften di Joseph Ratzinger, a cura del cardinale Gerhard Ludwig Müller.  Un testo di rara potenza (e un estratto che annuncia un libro da leggere).

....., il Venerdì Santo del XX secolo. Il volto dell’uomo è schernito, ricoperto di sputi, percosso dall’uomo stesso. «Il capo coperto di sangue e di ferite, pieno di dolore e di scherno» ci guarda dalle camere a gas di Auschwitz. Ci guarda dai villaggi devastati dalla guerra e dai volti dei bambini stremati nel Vietnam; dalle baraccopoli in India, in Africa e in America Latina; dai campi di concentramento del mondo comunista che Alexandr Solzhenitsyn ci ha messo davanti agli occhi con impressionante vivezza. E ci guarda con un realismo che sbeffeggia qualsiasi trasfigurazione estetica. Se avessero avuto ragione Kant e Hegel, l’illuminismo che avanzava avrebbe dovuto rendere l’uomo sempre più libero, sempre più ragionevole, sempre più giusto. Dalle profondità del suo essere salgono invece sempre più quei demoni che con tanto zelo avevamo giudicato morti, e insegnano all’uomo ad avere paura del suo potere e insieme della sua impotenza: del suo potere di distruzione, della sua impotenza a trovare se stesso e a dominare la sua disumanità.

Il secondo è tratto da un'omelia di Benedetto XVI tenuta il 2 maggio del 2010, in occasione di una sua visita pastorale a Torino:

Cari fratelli, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

La Pasqua imminente, che disperde la nostra oscurità e le nostre paure, sia di vera  luce a tutti noi.

Buona Pasqua a tutti.


Roma, 2 aprile 2015 (Giovedì Santo)

domenica 29 marzo 2015

Letture

Introduzione al Cristianesimo
(di Felice Celato)
Ho finito di leggere, con grande interesse e piacere ma non senza fatica, il libro di cui accennavo qualche giorno fa, che, anzi, ha guidato buona parte della riflessione che, appunto l’altro giorno, facevo sugli incroci fra ragione e fede nell’esperienza religiosa. 
Si tratta di Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger (Queriniana), un libro per qualche tratto anche difficile, da leggere lentamente e riflettendoci sopra, ma soprattutto un magistrale punto di riferimento per chiunque s’interroghi sulla sostanza della nostra fede.  Rivisitando “gli articoli” del Simbolo Apostolico, Joseph Ratzinger ne traccia una sintesi di grande intensità ed efficacia, illuminando, coi bagliori di una mente estremamente acuta, una comprensione spirituale del mondo che soddisfa pienamente la fede. Si “scopre” così , dell’autore, un lato che – nelle banalizzazioni mediatiche – è apparso sempre in ombra, quello dell’uomo di caldissima fede, l’opposto dello stereotipo del freddo teologo, un vero padrone della  meccanica del pensiero, che riconduce la sua profondissima cultura al ruolo di strumento dello spirito, per fondare un entusiasmo religioso veramente affascinante, anche attraverso gli “articoli di fede” apparentemente più ostici per la nostra sensibilità contemporanea. Un libro da tenere sul tavolo.

Roma,29 marzo 2015