lunedì 15 ottobre 2012

Stupi-diario divertente



Veltroni, D'Alema e le dure regole del partito
(di Felice Celato)

D’Alema e Veltroni non sono mai andati d’accordo, questo si sa. Ma ora viene il dubbio che non siano d’accordo nemmeno sulle regole basilari del partito in cui hanno insieme militato, con reciproco fastidio, per tanti (troppi?) anni (e anzi in cui militarono, sempre per tanti anni, i loro genitori). Di qui lo stupore che suggerisce di segnalare la curiosa querelle sulla nostra rubrichetta (sempre, lo ricordo, sospesa fra stupore e stupidità diffuse).
Infatti Veltroni dice che non si ricandida, facendo capire di credere di averne il sacrosanto diritto; ma D’Alema ci dice e gli dice (cfr Corriere.it di oggi) che nel PD “non ci si candida ma si è candidati”.
Forse Veltroni non lo sapeva e allora può darsi che qualcuno ora gli dica a brutto muso che non può non ricandidarsi, se il partito lo vuole ricandidare; oppure se – infrangendo la dura regola richiamata dal povero D’Alema (che rischia di trovarsi ricandidato senza volerlo) – Veltroni riuscirà a spuntarla e a non ricandidarsi, può darsi che anche D’Alema chiederà che si faccia un’eccezione anche per lui e che gli venga concesso  l'ambito permesso di non ricandidarsi.
Vedremo, il Paese è in fibrillazione e un po’ anche i mercati.

Roma, 15 ottobre 2012 (Santa Teresa D’Avila, dottore della Chiesa)

domenica 14 ottobre 2012

Sveglia, Italiani d'Europa!


L’Italia e il Nobel per la pace
(di Felice Celato)
Da molto tempo l’assegnazione dei premi Nobel (mi riferisco ai tre per i quali posso coscientemente formulare un giudizio, cioè quello per la Pace, quello per la Letteratura e quello per l’Economia) ha smesso di interessarmi. Confesso, anzi, che talora le decisioni assunte mi hanno addirittura disgustato (per tutti: il Nobel per la Pace del 1994, assegnato niente meno che ad Arafat e il ruffiano Nobel ad Obama appena eletto) o lasciato profondamente perplesso (per esempio, i Nobel per la Letteratura a Gunther Grass e a Dario Fò).
Dunque nemmeno il Nobel per la Pace assegnato quest’anno all’Europa mi ha impressionato.
Però, un merito questa assegnazione, devo riconoscerlo, ce l’ha: ha ricordato a tutti gli immemori nostri concittadini Europei (e quindi – sperabilmente – anche a molti Italiani un po’ fessi) un merito straordinario dell’Unione Europea: quello di aver assicurato al Vecchio Continente il più lungo e prospero periodo di pace della sua travagliata storia.
Un merito non da poco, sarebbe folle negarlo; di più: un merito epocale e fondante, che varrebbe da solo a bilanciare le tante delusioni che la costruzione dell’Europa ci ha poi riservato e continua a riservarci, anche per la pochezza delle sue leaderships.
Eppure le tragiche memorie delle guerre non sono così lontane nel tempo (non sono ancora passati cent’anni dalla I guerra mondiale, coi suoi 16 milioni morti e poco più di sessanta dalla II, coi suoi 50 e passa milioni di morti) e nello spazio (basti pensare alla guerra che si è combattuta al confine orientale dell’Italia dopo la dissoluzione della Jugoslavia o alle guerre che tuttora si combattono a poche miglia dalle nostre coste mediterranee). In fondo, basta pensarci un po’ nella prospettiva di oggigiorno, le due guerre mondiali non furono altro che delle gigantesche guerre civili Europee che assunsero una dimensione mondiale per il coinvolgimento di Stati Uniti e Giappone ma che presero corpo proprio per fatali ed insane passioni dell’Europa (dai nazionalismi che incendiarono l’Europa dei primi anni del secolo scorso alle aggressive ideologie del fascismo e del nazismo).
La storia del secolo scorso ci ha insegnato con tragica chiarezza il costo morale e civile ed umano della non-Europa ma la gran parte di noi  [almeno di quelli che parlano presumendo di interpretare il sentire popolare che invece concorrono a (de)formare] non sembra averne coscienza e sfida i moniti ineludibili della storia diffondendo panzane incoscienti (anzi, facendosene bandiera) per bocca di cacicchi provinciali ed incolti.
Allora, ben venga anche il (decaduto) Nobel all’Europa, quand’anche, risibilmente, già si disputi su chi debba andare a ritirarlo.
La storia ci ha insegnato, come dicevamo, il costo della non–Europa; speriamo che il futuro ci insegni il beneficio dell’Europa, nonostante da noi non se ne vedano le premesse.
Per noi Italiani, in questo tragico contesto che viviamo confusi, depressi e forse disperati, c’è insito in questa memoria un monito, temo inutile: non scherziamo, ragazzi! Oggi le decisioni che contano veramente per i cittadini non si prendono né a Roma né, tampoco, a Vasto. Qui si possono dibattere confusamente le alchimie elettoralistiche, le vecchie begucce delle troppe botteghe, ed altre apparenti miserie di ideologie proto-novecentesche; ma il benessere dei cittadini, il quadro dei loro diritti, la loro aspirazione di un futuro non misero si formano altrove, da parte di uomini di cultura Europea, che conoscono il mondo ed hanno viaggiato al di fuori del loro municipio e sanno farsi apprezzare nei luoghi che contano, dove non servono le narrazioni e le bolse retoriche di vecchi e pittoreschi provinciali che alimentano le loro idee controllando su Twitter i riflessi delle stupidaggini che hanno diffuso.
Se si crede che così non è, basta dirlo con chiarezza ed aspettare le conseguenze: l’attesa, temo, non sarà lunga!
Roma, 14 ottobre 2012


martedì 2 ottobre 2012

Ombre ed immagini


Lenti
(di Felice Celato)
Ci siamo forse intrattenuti un po’ troppo, in questi ultimi tempi, sulle goffe schermaglie pre-pre-elettorali dei partiti di questo povero Paese, povero di idee, di orientamenti condivisi, di stamina (energie vitali) e di carità; per un po’ proveremmo a tacerne, come in fondo è più consono a questo blog, dove si vorrebbe solo ragionare insieme, fuori dal rumore più convulso dei troppi, semmai solo occhieggiando ai costumi intellettuali del nostro sentire collettivo. Se qualche incursione più specifica ci verrà istintivo di tornare a fare, per qualche tempo le riserveremo alla nostra rubrichetta “Stupi-diario”, dove cerchiamo di sorridere, magari amaramente, fra stupori e stupidità dei molti linguaggi (e, ne sono sicuro, il “dibattito” in corso nei partiti ce ne offrirà già sovrabbondanti occasioni).
Dunque torniamo seri, almeno noi.
Mi è capitato di leggere, non ricordo dove, che il cardinale Newman ha voluto sulla sua tomba questa iscrizione: “Ex umbris et immaginibus ad Veritatem”.
Già, ombre ed immagini: questo è, finché non giungeremo alla Verità, il senso della nostra comprensione del mondo, questo il terreno su cui costruiamo le nostre feroci battaglie, questo l’appannato paesaggio che fa da contorno all’affannata contesa quotidiana per spazi che appena intuiamo e per territori che non conosciamo e dei quali ci facciamo immagini che diventano idoli.
Mi veniva in mente questa riflessione nel considerare, in generale e senza alcun riferimento alle specifiche opinioni di qualcuno, l’uso di immagini ed ombre nelle retoriche politiche. E vorrei soffermarmi sull’ambigua e forte suggestione che nel linguaggio pubblico ha assunto il concetto di “centralità”. “Centralità” vorrebbe essere il principio cardine, il concetto ispiratore, la chiave ermeneutica di più cose (in politica: di più azioni), di per sé dotata di una condizionante forza di coordinamento di tutto ciò che è (o vorrebbe essere presentato come) di contorno: e così  dovremmo  “porre al centro” di ogni nostra azione politica a volte il cittadino, talora la giustizia, talaltra il lavoro, talaltra ancora la ripresa economica, sempre l’onestà, qualche volta la Costituzione, di quando in quando l’Italia, più raramente l’Europa.
Ma che cosa c’è “dentro” queste parole apparentemente fondanti ma in realtà vaghe e suggestive?
Non appena si esce dal recinto dorato della retorica, ci si rende conto che esse occultano più che rivelare, oscurano più che spiegare, creano un idolo facile  da adorare perché misterioso e luminoso, offrendosi come uno straordinario veicolo di ambiguità ed indeterminatezza; quasi come se non ci rendessimo conto che la straordinaria complessità del nostro quotidiano e la grande difficoltà che attraversa hanno trasformato la logica di ogni azione politica in una delicata miscela di equilibri, difficili da creare e ancor più da mantenere nel tempo, mentre cambia frettolosamente la scena del mondo.
Allora, alle ombre e alle immagini che sono proprie del nostro guardare senza vedere la realtà più concreta che ci circonda, aggiungiamo le mega-ombre e le mega–immagini che creiamo per dissimulare il buio della nostra comprensione.
Come Dippold, l’ottico di Spoon River, ci affanniamo a cambiare le lenti dei nostri occhiali finché, dopo tante inutili prove, non vediamo “Luce, solo luce, che fa di qualsiasi cosa sotto di sé un mondo giocattolo” e possiamo dirci, soddisfatti, “Molto bene, gli occhiali li faremo così

Per chi volesse rileggerla, questa bellissima poesia (da Antologia di Spoon River, di E.L. Masters)

Adesso che cosa vedi?/Globi rossi, gialli, viola./Un momento! E adesso?/Mio padre e mia madre e le mie sorelle./Bene! E adesso?/Cavalieri in armi, donne bellissime, volti gentili./Prova questa./Un campo di grano,una città./Molto bene! E adesso?/Una giovane donna con angeli che si chinano su di lei./Una lente più forte! E adesso?/Molte donne con occhi luccicanti e labbra socchiuse./Prova questa./Solo un bicchiere sul tavolo./Ah, capisco. Prova questa lente!/Solo uno spazio aperto, non vedo niente di particolare./Bene, adesso?/Pini, un lago, un cielo estivo./E’ già meglio. E adesso?/Un libro./Leggimi una pagina./Non posso. I miei occhi vanno oltre la pagina./Prova questa lente./Abissi di aria./Eccellente! E adesso?/Luce, solo luce, che fa di qualsiasi cosa sotto di sé un mondo giocattolo./Molto bene, gli occhiali li faremo così.

Roma, 2 Ottobre 2012, Festa degli Angeli Custodi

domenica 30 settembre 2012

Sobbalzi


Basta poco per rovinarsi la domenica
(di Felice Celato)

Reduce da una bellissima messa ( Chiesa del Gesù, ore 10) con predica straordinaria (padre O. De Bertolis SJ) sulla profezia (come “trasparenza di Dio”), avevo la migliore predisposizione d’animo per godermi in santa pace la Ryder Cup, senza nemmeno dover temere di amareggiarmi col risultato del Milan (che aveva già dato ieri pessima prova di sé). Poi nel pomeriggio sarebbero passati da casa i figli per fare due chiacchiere e festeggiare santa Sofia; e, dunque, avevo la più serena predisposizione d’animo verso una pigra giornata d’inizio autunno da vivere in famiglia.
Bene….e invece….
Ora, di solito leggo i giornali (su iPad) prima di uscire da casa; ma la domenica non lo faccio (per non guastarmi la messa, mi si perdoni l'irriverenza, perché nulla può guastare una messa!) e compro ancora l’edizione cartacea del Corriere della Sera per sfogliarlo in poltrona, fra un pisolino e un po’ di sport in TV (l’unica cosa che guardo, ormai da diversi anni, senza alcun rimorso per la rinuncia .…ai “gioielli” dell’ odierna produzione televisiva).
E che ti leggo sul Corriere, appena lo apro? Che, commentando la cosiddetta ipotesi del Monti-bis (scusatemi per la banalità della formula giornalistica super-abusata), un tal (penso che sia un autorevole esponente, ma non lo so) Matteo Orfini del PD così si esprime: “L’iniziativa dell’agenda Monti mi sembra come quelle serate di disco-revival, in cui rifanno la musica degli anni Ottanta”; e poi, con supponenza: ”Sono idee interessanti, ma che andavano di moda vent’anni fa”. E un assai più noto Massimo D’Alema gli fa eco dicendo che “Monti ha fatto un ottimo lavoro…ma ora occorre fare qualcosa di più….mettendo al centro” [e come ti sbagli! ‘sto centro è molto affollato, ci vorrà, credo, una ZTL!] “la giustizia e il lavoro”.
Ma, dico io,  porca miseria! Il PD si sta alleando con chi propone la cancellazione dell’”ottimo lavoro” fatto da Monti e idee vetero novecentesche di Vendoliana cultura, sta affidando il proprio pensiero economico a moderni economisti come Fassina e Damiano, ripropone gli stessi volti della sua politica degli ultimi trenta-quarant’anni, appunto come un “disco-revival degli anni Ottanta”, e viene a cantarci che le idee dell’agenda Monti “andavano di moda vent’anni fa”?
Ma, insomma, dove siamo, al manicomio? E Bersani, che è una persona seria, che fa, lo psichiatra?
Poiché l’Italia non è un manicomio ma il Paese dove dovranno vivere i nostri figli e nipoti, capirete che mi sono guastato il pomeriggio (fra l’altro, l’Europa sta rovinosamente perdendo in Ryder Cup, anche in Ryder Cup).

Roma, 30 settembre 2012, Santa Sofia.

venerdì 28 settembre 2012

Incubi dell'immaginazione


Immagina
(di Felice Celato)

“Immagina”, dice la pubblicità di un servizio di telefonia mobile. Bene, giochiamo anche noi ad immaginare: immaginiamo un creditore dell’Italia (un detentore di nostro debito pubblico) oppure un semplice, libero valutatore dello stato di solvibilità del nostro Paese (un’agenzia di rating, per intenderci), oppure un industriale americano o cinese che voglia investire in Italia, oppure semplicemente un osservatore  professionale che guardi al nostro Paese per parlarne ai suoi lettori (un giornalista internazionale, per esempio); e immaginiamo anche che questo personaggio conosca (ahinoi!) l’italiano tanto da saper leggere i nostri giornali o ascoltare i nostri telegiornali.
Ora, domandiamoci: che cosa dovrebbe pensare, questo creditore o investitore o osservatore, di un Paese del mondo occidentale dove:
  • i problemi industriali vengono discussi e risolti come noi discutiamo il caso Fiat o come noi gestiamo il caso Ilva;
  • i politici discutono di come “sfasciare” i provvedimenti appena approvati (da loro stessi) per uscire dalla drammatica condizione in cui versiamo, col debito che continua ad aumentare:
  • la campagna elettorale dura dai sei agli otto mesi, facendo risuonare per l’aere clamorose corbellerie (il referendum sull’euro, per esempio) o plateali visceralità (come le ubbie anti-europee) o vacue prospettazioni (“centralità” di questo o di quest’altro, del cittadino, dell’impresa, del lavoro, etc), mentre non si sa ancora con quali regole si andrà a votare (perché questa è materia riservata alla decisioni “della politica”, che però non decide);
  • le amministrazioni regionali (che dovevano avvicinare “il potere al territorio”) si distinguono per sprechi, scandali e trivialità di ogni genere nonché per una documentata avidità fiscale;
  • la pressione fiscale è ormai vicina al 50%;
  • la legge finalizzata (bene o male) a “combattere la corruzione” giace in Parlamento, bloccata dai veti incrociati;
  • le nomine dei vertici delle authorities vengono bloccate appena decise;
  • i processi durano il doppio di quelli che si svolgono negli altri paesi;
  • i sindacati sfilano nelle piazze “contro la spending review”;
  • le procedure burocratiche, come è ovvio, sopravvivono ad ogni proclamazione di semplificazione; perché le semplificazioni effettive nessuno veramente le vuole, per non perdere brani del proprio burocratico potere;
  • dei partiti politici che si preparano alle elezioni, solo uno, peraltro portabandiera del populismo più sfegatato, si propone di rinnovare la classe dirigente del Paese: dagli altri (salvo contestate eccezioni) soliti volti, solite vacuità e consunte retoriche delle quali l’Italia ha già sperimentato gli effetti;
  • la verità è un peccato, l’affabulazione una virtù, la responsabilità è degli altri, l’illusione uno strumento di lotta politica.

Che cosa dovrebbe pensare, dicevamo, questo creditore o investitore o osservatore, di un Paese del mondo occidentale dove accade tutto ciò?

Non preoccupatevi, questo era solo un gioco dell’immaginazione!
In realtà, il destino dell’Italia non lo fanno né i creditori né gli investitori né gli analisti né gli osservatori internazionali.
Il destino dell’Italia si fa a Vasto, altroché nel mondo!
Roma 28 settembre 2012