giovedì 14 marzo 2013

Proposte bizzarre


Un referendum?
(di Felice Celato)
Un mio amico, fervente cattolico, entusiasto del nuovo Papa (come, per la verità, lo era anche del “vecchio”), di cultura liberale e noto (fra gli amici) per una sua (spesso insopportabile) propensione alla provocazione, mi ha mandato oggi un’SMS con una proposta bizzarra: ”Che ne diresti di un referendum per il ritorno allo Stato Pontificio?”.
Per un po’ non ho saputo come rispondere; poi ho risposto così: “Lo sai che non ho fiducia nella saggezza dei referendum!”
Roma 14 marzo 2013

martedì 12 marzo 2013

Presa di disparte


Dépaysement
(di Felice Celato)
In questo periodo di – lo confesso con un eufemismo – intenso disagio civico, ho avuto una divertente polemica a colpi di mail con un mio amico e coetaneo che si fa venire l’orticaria non appena gli si ricorda….la piena maturità della nostra età (scrivo così per non evocare la vecchiezza che tanto lo agita). In realtà il fatto di “sentirsi vecchio” (come mi accade, nel senso quasi orgoglioso che dirò) non mette in questione nessun (residuo) senso di vigoria, né fisica né, tantomeno, intellettuale.
Semplicemente mi fa sentire dépaysé (spaesato, come direbbe Todorov) per una sorta di transculturazione incompiuta: non apparteniamo più, noi della nostra età, caro amico dalla vitalità sempre adolescente, al mondo in cui siamo cresciuti, semplicemente perché questo mondo forse non c’è più; e, nel contempo, non ci siamo radicati con soddisfazione nel mondo degli “informatissimi idioti” (l’espressione non è mia ma del sociologo Franco Ferrarotti, su First-on-line dell’11 marzo) che sanno reagire con tanta prontezza di fronte ad ogni scelta (purché abbia solo due soluzioni, una da scegliere col pollice in alto, l’altra col pollice verso).
Ma - diciamolo subito per non provocarci allergie – di questo dépaysement siamo tutto sommato gigionescamente contenti, perché riteniamo di essere almeno approdati su un basso colle dal quale si può assistere, “divertiti” e sgomenti, agli esiti del presente. Non che nessuno di noi goda ad immaginare come può andare a finire questo mondo che si vuole giudicare e governare sulla Rete, per natura etica ed informata, depositaria di una democrazia istantanea, elettronicamente pronta ad un plebiscitarismo emotivo e refrattario ad ogni discussione, abituato all’altrui stigmatizzazione compulsiva, gestore di un tribunale del popolo che non conosce riposo, moderno sicofante distruttivo e perentorio [NB : anche queste espressioni non sono mie; le ho prese quasi testualmente dal libro di Marco Revelli: Finale di partito (Einaudi), libro non sempre facile ma molto interessante]: in questo mondo ci sono pure i nostri figli (e i nostri nipoti) e certamente non vorremmo nemmeno pensare ad uno scenario per loro pernicioso. Ma, semplicemente, fa compagnia alla nostra dolente impotenza un senso compiaciuto di certezza sull’esito del nostro disagio: qualcosa deve pur venir fuori che arresti il corso che abbiamo preso (perché in fondo la storia non finisce, con buona  pace di Fukuyama; e – per chi crede – c’è Qualcuno che magari ogni tanto, stanco di lascarci fare da soli, dà uno sguardo e una calmata al lago su cui va la sua barca); magari non saremo noi, appunto vecchi depaysés, a tirar fuori questo nuovo e saranno proprio i nostri baldi giovani a tirarlo fuori dal pozzo in cui si è nascosto; ma è certo che le strade finora intraprese, da sole, non portano bene.
E’ una vergognosa vecchiezza questa che mi porta fin qui, su questo basso colle? O solo una saggia presa di disparte, che peraltro, come si vede da questo luogo di incontro, non si nega né agli interrogativi  né al dibattito?
Roma, 12 marzo 2013 (giorno della Missa pro eligendo pontifice)

domenica 10 marzo 2013

Letture


“I Disorientati”
(di Felice Celato)
Torniamo alle letture, ché – di questi tempi – è assai meglio.
Guarda caso, però, il libro che voglio segnalare agli amanti del fascinoso mondo del Medio-Oriente mediterraneo, è intitolato proprio così: I disorientati, appena uscito in Italia (da Bompiani) e scritto da un autore che io amo molto (Amin Maalouf, un arabo cristiano libanese, divenuto poi francese e anche membro dell’Académie Francaise, cui si devono alcuni racconti straordinari, come: Gli scali del Levante, Origini, Il periplo di Baldassarre, Col fucile del console d’Inghilterra, etc).
In fondo, questo grosso romanzo di quasi 500 pagine, più che un vero e proprio romanzo è una specie di lunga confessione dei dubbi, dei rimpianti, dei rimorsi e delle nostalgie degli emigrati dal Libano nell’ultimo trentennio del secolo scorso, e, allo stesso tempo, una passionale argomentazione delle ragioni della permanenza di quelli che, invece, erano restati in patria quando i più fortunati (o i più deboli? O i più coraggiosi?) se ne allontanavano.
La storia è semplice: cinque o sei amici di gioventù, appartenenti a diversi ceppi culturali (arabi-musulmani, ebrei e arabi-cristiani), per strane circostanze, legate alla morte di uno di essi rimasto in Libano, trovano modo di rincontrarsi dopo molti anni, proprio in Libano, per ricordare insieme e per reciprocamente confessarsi le ragioni della loro scelte, quasi come in una sorta di seduta socio-psicoanalitica.
La tecnica narrativa (un misto fra diaristica, epistolario e narrazione in terza persona) consente di far scorrere la vicenda di questo incontro e della sua preparazione dipanando, nel contempo, i temi di fondo della convivenza in quell’area martoriata dalla storia del XX secolo, incastonata fra mondo occidentale e mondo arabo, al confine con Israele, fra islamismo ed antislamismo, fra tolleranza ed intolleranza, fra tradizioni laiche e pulsioni politico-religiose. E, ovviamente, questo repertorio di temi è la parte di gran lunga più interessante del racconto, ed anche quella più ricca di argomenti e di suggestioni, perché l’autore – emigrato in Francia nel 1976 –  ben conosce quei sentimenti e quei pensieri per essere stati i suoi.
Dunque, come dicevo all’inizio, una lettura da raccomandare a chi ama il Medio-Oriente mediterraneo; ma anche ricca di spunti per chi è affascinato dal più generale tema dei destini individuali scossi e, appunto, disorientati dai passaggi drammatici della storia.
Roma,10 marzo 2013



giovedì 7 marzo 2013

Pentoloni fumiganti


Siena, Perugia, Roma
(di Felice Celato)
Mi hanno molto colpito, in questi ultimi giorni, due fatti tra loro assolutamente scollegati e diversi: quello del piccolo imprenditore umbro che uccide e si uccide per esprimere la sua collera contro un’istituzione (la Regione Umbria) e quello del capo della comunicazione del Monte dei Paschi che si getta da una finestra della banca.
Lungi da me l’abominevole intenzione di discettare su storie tragiche che apprendiamo confusamente solo dalle cronache, per tranciare analisi che non potrebbero che essere superficiali e supponenti. 
Solo mi preme riflettere, nella scia di quanto dicevamo nell’ultimo post, su due particolari delle vicende che, in qualche modo, le rendono significanti anche nelle loro componenti mediatiche.
Da un lato, l’intervista all’imprenditore umbro realizzata da due studenti della scuola di giornalismo di Perugia qualche giorno prima del suo accesso di follia (l’ho sentita per radio e, quindi, non ho avuto modo di ascoltarla che una sola volta): una lagnanza ossessionata e drammatica nei toni e nelle parole; non diversa però dalle tante invettive che quotidianamente ascoltiamo nelle interviste “alla gente comune”, rabbiose, sprezzanti, sommarie, giudicanti. 
Dall’altro, l’inevitabile citazione degli effetti devastanti di sospetti, pettegolezzi ed insulti che “girano in rete”, contro tutti e contro tutto sulle vicende (sicuramente non commendevoli) della banca senese; non diversi però dalle tante opinioni istantanee che su tutto vengono diffuse dalle moltitudini di partecipanti al folle gioco della distruzione mediatica, in forma spesso anonima ma sempre e comunque lapidaria.
Sbaglierò ma non vedo soluzioni di continuità nel tessuto connettivo che unisce queste furie censorie spesso a-cognitive e il supporto psico-sociologico di cui godono i tanti populismi che scuotono la nostra scena politica, talora rincorsi anche da chi dovrebbe avere, per cultura, passato ed esperienze, più sperimentata saggezza nella gestione delle “pubbliche opinioni” in cui si stanno dissolvendo i nostri corpi intermedi.
E’ fin troppo ovvio che il brodo di coltura in cui si determina questo pullulare di pulsioni distruttive deve avere una ragione, un fondamento fattuale, e un fondamento non certo impalpabile, nella società e nei tempi che viviamo: ma, mi domando (anzi, torno a domandarmi, angosciato), questa malvissuta dimensione biomediatica (per dirla con De Rita), che sembra essere divenuta la nostra unica dimensione, non sta forse macinando in profondità anche la nostra convivenza? Non siamo veramente diventati immunodeficienti di fronte alle capacità infettive dei nostri linguaggi?

Anche la Chiesa sembra esitare persino di fronte alla semplice scelta della data del Conclave, bersagliato da annunci di “rivelazioni”, da notizie di nuovi “corvi”, opachi depositari della “trasparenza”, da intimazioni di dimissioni o di defezioni rivolte a questo o a quell’altro cardinale perché, conosciuto il peccato, non l’ha trattato come reato (ovviamente sbagliando, talora gravemente).

Tutto si confonde, si mescola in un pentolone ribollente e maleodorante, nel quale facciamo sempre più fatica a distinguere la carne bruciata dal fumo che da essa si solleva. E, nelle tempeste gutturali, si sfalda ogni giorno quel minimo livello di fiducia collettiva che dovrebbe costituire il collante essenziale di una società. Sarà il caso di domandarsi come arrestare la deriva?

Roma, 7 marzo 2013

venerdì 1 marzo 2013

Ecologia della convivenza/4


Proviamo con l’esorcista
(di Felice Celato)

Lo scorso anno, proprio di questi tempi, avevamo riflettuto, sotto diversi profili, su quella che avevamo chiamato “l’ecologia della convivenza”.
Dicevo (post del 10 febbraio 2012) : “Ormai la cifra del nostro giudizio sugli altri è il disprezzo, la sfiducia preconcetta, l’alterigia della presunta superiorità (etica?), la sommarietà maligna e massacrante  dei giudizi incompetenti, la ricerca ossessiva del rinfaccio; il tono, sempre quello dello sfogo inviperito o dello sbocco di malanimo. Di fronte a ciò (che non ci porterà né bene né lontano se non sapremo porvi fine, ed anche rapidamente: le elezioni arriveranno pure e … vedremo)….etc.etc”.
Più recentemente, con l’amico “pessimista” del Thè e pasticcini (post del 23 gennaio 2013), avevamo fatto una riflessione sull’origine dei  nostri “mostri” della politica (inutile fare i nomi), figli – dicevamo –  del nostro modo di comunicare sui media (molti dei talk-show delle nostre televisioni, pubbliche e non, costituiscono ormai l’ideale brodo di coltura delle pulsioni più pressappochiste  e distruttive) e anche di quello che via via siamo diventati dal punto di vista sociologico e, forse, antropologico.
Ora, con le elezioni alle spalle, siamo in grado di osservare in corpore vili, la portata delle dinamiche che ci sembrava di intravvedere e che non abbiamo saputo (o voluto) governare.
L’Italia è diventata un paese grossolano e violento (nelle parole, per ora) e questa sua nuova (o antica?) natura connota la vita di ogni giorno (basta leggere le cronache o guardare la TV; da ultimo: la reazione del pubblico alla sentenza d’appello sul dolo eventuale nel caso Thyssen) come pure il “dibattito” politico, ormai tanto polarizzato sui rancori e sui reciproci disprezzi da rendere improbabile o instabile ogni convivenza per governare l’enorme gravità dei problemi.
Leggevo su Il sole24 ore di oggi, una proposta pensata, argomentata, pacata, piana e ragionevole del professor Capaldo sul da farsi, subito (detassare le imprese), e immaginavo la reazione ideologica, sgangherata e scomposta che l’attuale politica quasi sicuramente metterà in campo (anche qui: spero di sbagliare!).
Quos Deus perdere vult, prius dementat, abbiamo temuto più volte; ma i pazzi – intendiamoci bene – non sempre negano la verità, anzi spesso la affermano: la cosa vale anche in politica, ovviamente (sarebbe assurdo negare che molto del rancore che circola nella nostra società non abbia fondamento!). Ma questo non li rende meno pericolosi. In fondo il pazzo indemoniato che nel primo capitolo del vangelo di Marco, a Cafarnao, affronta Gesù, Gli lancia contro un grido di ripulsa e una professione di fede (Che cosa c’è fra noi e te, Gesù, Nazareno?.....Io ti conosco, so chi sei: il Santo di Dio, Mc, 1,24)
Così mi è venuto in mente che, in questa specie di diabolica possessione che sembra pervadere la nostra convivenza, accantonata per frustrazione l’aspirazione (ma non la speranza) di avere un nuovo santo che ci faccia da esempio, probabilmente ci servirebbe almeno un esorcista, come ebbe a dire un noto manager di Stato parlando della “vecchia” Alitalia. Un esorcista per l’Italia.
Roma, 1° marzo 2013