mercoledì 7 dicembre 2011

Outlook

Caute speranze

(di Felice Celato)
Attendendo le nuova manovra ci eravamo detti che eravamo certi che sarebbe stata dura (e dura, fors’anche durissima, è stata), che speravamo fosse equa ( e possiamo dire che si è tentato di essere equi senza, forse, esserci sempre riusciti), che confidavamo che fosse risolutiva (e qui non sappiamo ancora) e che infine temevamo che potesse essere depressiva (come sicuramente lo sarà, in larga misura in maniera inevitabile). Avremmo preferito una patrimoniale durissima one shot, invece si è andati verso una patrimoniale a rate (ICI, bollo, superbollo,scudati, etc) che manterrà più a lungo gli effetti depressivi, del resto propri di ogni tassa che comprime il reddito disponibile. Sulle pensioni si è andati giù con la mannaia, come forse era inevitabile dopo le stupide demagogie dei tanti anni passati. Sui costi della politica (rilevanti in gran parte solo a fini del costume) si è imboccata la strada giusta, ma siamo solo all’inizio; speriamo soprattutto che scompaia la cachistocrazia che ci ha afflitto negli ultimo anni.


La manovra è arrivata in tempi brevi, ancora è, secondo me, incompleta e carente sul lato propulsivo; ma, mi pare che la svolta nella coscienza dei problemi, nello stile proprio per risolverli, nella urgenza delle soluzioni ci sia stata e, per fortuna, prima che dovesse deflagrare lo shock che da tanto tempo pensavamo fosse necessario per svegliare il paese (avevo più volte pensato, con terrore, ad un’asta di titoli di stato che andasse deserta; per fortuna l’evento è stato solo evocato e lo scenario conseguente solo delineato a beneficio di chi non capisca che cosa vorrebbe dire).


Non è questa la sede per parlare delle misure; c’è abbondanza di analisi e di sintesi su molti giornali. Mi piace invece – nella presunzione di azzeccare le mie previsioni, rafforzata dalle esperienze di questa per me prevedibilissima crisi – abbandonarmi alle congetture sul dopo: che succederà quando la scena sarà restituita ai politici (diciamo marzo /aprile 2013)?


E’ pensabile che gli italiani, svegliati dalla “botta”, ritornino sui percorsi usati? Che siano disposti a rimettere in gioco chi è stato all’origine dei nostri mali? Che si perdonino le triviali banalità populiste e gli sciocchi demagogismi? Non lo so, ma non credo: l’operazione verità è appena cominciata; vediamo come prosegue e come saranno le reazioni di chi si vede inoculata una scarica di adrenalina dopo anni di tranquillanti euforizzanti. Ci sono due possibili linee di reazione: quella del costruttivo tutti a casa, piazza pulita, ritentiamo ex novo; ma anche quella temibilissima della foga rabbiosa becera ed irrazionale, focalizzata su fantasmi appositamente inventati. Credo che questa seconda ci sarà (la stimolazione frenoclastica e fantapoietica è già cominciata) ma non sarà prevalente (non praevalebunt; gli italiani sono superficiali e spesso giocherelloni ma non cretini; e già hanno letto sui propri libri di storia che cosa vuol dire abbandonarsi alle facili emozioni di piazza, o di prato, si direbbe oggi); credo anche che la prima avverrà solo in parte ma anch’essa avverrà, necessariamente (speriamo che avvenga almeno con precisione chirurgica la selezione fra chi assolutamente deve andare a casa, sia essa in Sardegna, in Brianza o alle Antille, e chi invece può restare, magari in prova di ravvedimento operoso). Dunque, per dirla nel convenzionale politichese, credo che ci ritroveremo con estreme più dure e, se possibile, più becere e un centro nuovo rafforzato, ancorché, forse, bicefalo: il tutto, speriamo, nel contesto di un' Europa che abbia saputo uscire dalla crisi più forte e più centralista almeno nelle politiche finanziarie e di bilancio (la cessione di sovranità in materia, lungi dall’essere un fantasma contro cui batterci, sarà un grosso passo avanti!).


Quanto c’è di irenico in questo esercizio di previsione? Non saprei dire, mi riservo di aggiustare il tiro nelle settimane a venire. Intanto è già una cosa da notare che la nuova situazione mi abbia indotto a formulare aspettative meno deprimenti di quelle che, però giustamente, avevo fino a qualche settimana fa.


Perché tutto ciò funzioni, però, occorre che la politica del denominatore (quello, cruciale, del rapporto Debito/PIL) dia i suoi frutti, anche se ancora non è fiorita. Se la sveglia resterà solo politica e non invece anche e soprattutto produttiva, imprenditoriale e temperamentale (o culturale, come scrive Zingales), allora non ci sarà manovra che tenga, il declino sarebbe irreversibile (il peso del debito, già opprimente, sarebbe insopportabile per chi non produce mezzi di rimborso). Vedremo, presto.


PS: mi sono divertito a formare parole nuove o quasi (cachistocrazia, frenoclastico, fantapoietico, etc); ma dati i tempi che tanto ci hanno avvicinato alla Grecia …. attingendo proprio al greco.


7 dicembre 2011, Sant'Ambrogio









domenica 4 dicembre 2011

En attendant Godot

"Lo scheletro contadino"
(di Felice Celato)

Aspettiamo trepidanti le misure del Governo, sapendo che dovranno essere dure, sperando che riescano ad essere eque (chi più ha più paghi), confidando che siano risolutive (come lo sarebbero misure patrimoniali per problemi patrimoniali), temendo che possano essere (involontariamente) depressive,auspicando che comunque vengano varate subito. Nel frattempo osserviamo, gelidi, forse spietati, il travaglio dei partiti (che non sanno più che cosa dire) e dei sindacati (che scelgono di dire vacue ovvietà, del tipo: contrasteremo le misure sbagliate, e quindi, aggiungerei a complemento “logico”, siamo favorevoli a quelle giuste!). Buona parte di ciò  che doveva accadere, sta accadendo; vedremo nelle prossime settimane come reagirà il Paese all’operazione verità che i partiti, nei troppi anni incoscienti e folli, non hanno saputo fare e che le circostanze hanno delegato a questa pallida Europa.


Nel frattempo, è arrivata la consueta boccata di ossigeno intellettuale e di passione civile che, come ogni anno, ci viene dall’annuale Rapporto del Censis (il 45°, quest’anno). A parte la congerie di dati molto interessanti (alcuni dei quali, se attentamente studiati, eviterebbero a molti di sparare pericolose panzane) sul modo di essere e di evolvere di questa nostra confusa società, ci sono, come sempre da leggere integralmente, le Considerazioni Generali nelle quali si coglie la colta mano sensibile, tagliente e pietosa, di Giuseppe De Rita.


Provo a sintetizzarne il senso, in larga parte usando (in corsivo, le  sottolineature sono mie) alcuni dei passi che mi sono sembrati più significativi:


Partim dolore, partim verecundia, cioè un po’ con dolore e un po’ con vergogna, abbiamo vissuto in questi ultimi mesi una retrocessione evidente della nostra immagine nazionale dovuta alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee. Abbiamo scontato certo una triplice e combinata insipienza: aver accumulato per decenni un abnorme debito pubblico, che non ci permette più autonomia di sistema; esserci fatti trovare politicamente impreparati a un attacco speculativo che vedeva nella finanza pubblica italiana l’anello debole dell’incompiuto sistema europeo; aver dimostrato per mesi e mesi confusione e impotenza nelle mosse di governo volte alla difesa e al rilancio della nostra economia.
…….
Il ritorno a un obbligo di credibilità internazionale che è in corso nelle ultime settimane non ci esime dal corrispettivo obbligo di guardarci dentro con severità, per capire le coordinate elementari dei problemi che abbiamo di fronte, seguendo l’antica saggezza chassidica: “le parole fondamentali sono quelle tra l’uomo e se stesso”.
…….
In questo complessivo affanno, non ci aiuta l’isolamento. Una società che aveva realizzato la sua ricostruzione post-bellica, il suo boom economico, la sua industrializzazione (di massa come di qualità) nell’alveo di una riconquistata appartenenza occidentale, di un primigenio protagonismo europeista e di una presenza planetaria del suo made in Italy, sembra oggi fuori dai grandi processi internazionali; al massimo, li rincorre faticosamente. Non ha più la potenza da socio fondatore della costruzione europea; non ha la forza di stare con pienezza di responsabilità nelle alleanze occidentali; non è partecipe di quanto sta avvenendo nell’Africa settentrionale, praticamente alle porte di casa; non ha rapporti sistemici con i rampanti free rider dell’economia mondiale (al massimo, li hanno i tanti imprenditori medi e piccoli presenti in quelle aree lontane); sta perdendo l’occasione di essere presente sull’asse di penetrazione verso l’Europa sudorientale (con il ritardo sulla Lione-Torino e con le difficoltà di fare del Nord-Est la piattaforma logistica di tale penetrazione).
……..
Per capire cosa ci sia sotto il carattere fragile, isolato ed eterodiretto della nostra attuale società occorre, con severità verso se stessi, capire perché i nostri più antichi punti di forza ‒ la collettiva capacità di continuo adattamento e i processi spontanei di autoregolazione (nel campo dei consumi come in quello del welfare, come in quello delle strategie d’impresa) ‒ non riescano più a funzionare come nel passato. E, ancora, realismo vuole che si prenda coscienza che l’adattamento e l’autoregolazione faticano a esercitarsi perché si è accentuata la dispersione delle idee, delle decisioni e del linguaggio:
- delle idee, perché……….;
- delle decisioni, perché……..;
- del linguaggio, perché…..;

È facile capire che diventa fatale, con queste dispersioni, il declino del dibattito socio-politico ………
Sembra quasi che esso segua una logica del “parlare per parlare” o del “parlare del parlare” che rende quasi inconsistente il pensiero collettivo: potrebbe ormai essere definito “pensiero povero”, non meritando neppure la vecchia e criticata, ma non indecorosa, connotazione di “pensiero debole”.
…….
Non è possibile pensare che di fronte a questa regressione del nostro sviluppo sociale, economico e civile si possa restare neghittosi e immobili, rimpiangendo lo sviluppo che fu e dubitando che “in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento”.
……..
la crisi dura e un po’ scarnificante degli ultimi anni sta rimettendo in giuoco un carattere fondativo (anch’esso soggettivistico e antropologico) del solido “scheletro contadino”, che resta il riferimento quasi occulto delle nostre vicende di evoluzione sociale, anche se reso occulto e dimenticato dalle bolle di vacuità e banalità con cui abbiamo importato l’agiatezza e la modernità occidentali.
……
È quindi lo scheletro contadino, forse, la metafora più coerente con la nostra attuale innegabile fatica di vivere, di adattarsi alla crisi, di cercare di andare oltre la brutta stagione.
…….
Di qui, le cinque caratteristiche di questo scheletro contadino che De Rita intravvede come via d’uscita dalla presente condizione di “soli ma senza solitudine” e che individua ne: (1) il primato dell’economia reale; (2) la lunga durata; (3)l’articolazione socio-economica interna; (4) la relazionalità; (5) la rappresentanza, sociale e politica.


Dunque, se si vuole (e De Rita se ne è dichiarato incurante), il mood delle Considerazioni Generali si colora di terragno conservatorismo: La riproposizione potrà apparire un manifesto di orgoglioso conservatorismo, ma ha un sottile vantaggio: quello di esplicitare l’ipotesi che, se è giusto che uomini ragionevoli, quando serve, mettano ordine alla realtà, è anche accettabile qualche volta che sia la realtà a mettere ordine. In questo vale ancora San Tommaso: non ratio est mensura rerum, sed potius e converso.


Bene, fin qui la sintesi che solo nella parte in corsivo rende anche la colta piacevolezza della prosa.
In questi giorni di attesa, ci sia utile riflettere, con pietà ma senza risparmiarci lucidità dell’analisi. Se la ricarica delle nostre spente batterie deve passare per lo “scheletro contadino”, ben venga anche il terragno conservatorismo di De Rita, dopo tanti anni di altrui luccicanti banalità.


3 dicembre 2011

domenica 27 novembre 2011

Per poco ancora ma ancora

Sic transit gloria mundi
(di Felice Celato)



Come avranno notato i pochi amici che visitano questo blog, da qualche giorno mi sono astenuto dallo scrivere: teniamo tutti il fiato sospeso per quello che può accadere del nostro bellissimo e incosciente Paese. Infuria su di noi ed attorno a noi una tempesta dagli esiti imprevedibili, che può travolgere l’Italia e l’Europa e che non si arresta con le sole dichiarazioni del nuovo governo e della zoppa e goffa governance europea.


Tutti i nodi vengono al pettine. Come abbiamo sempre pensato, non sarebbe bastato il (pur assolutamente necessario) recupero di una dignità politica internazionale dopo i tanti mesi di sciagurata gestione della nostra immagine (e non solo di questa), a risolvere i problemi di fondo che da tanto tempo vedevamo con chiarezza. L’aver tardato tanto a divenirne coscienti (in Italia), ha amplificato i rischi di una situazione (nostra) troppo a lungo occultata; ma l’implosione più vasta che rischia di travolgere l’Europa ha anche cause esterne correlate alla debolezza di importanti leadership, esaltata anche – come accade spesso ai deboli – dalla presunzione di poter giocare ruoli impropri e dai “ricatti” dei rispettivi elettorati che non sanno guardare oltre il loro naso.


L’intero mondo è seduto su una montagna di debiti, pari, più o meno, all’80% del prodotto mondiale lordo (noi siamo al 120% del nostro prodotto interno lordo); che i detentori di questi enormi crediti (come tutti sanno ad ogni debito corrisponde un credito) siano in agitazione è fin troppo normale; che la loro agitazione sia concentrata su chi ne ha di più, di debito, può meravigliare solo gli ingenui e i prigionieri delle proprie ideologie, soprattutto se le economie di questi debitori lasciano pensare che non saranno mai capaci di restituire quanto hanno ricevuto in prestito. Molte banche in tutto il mondo hanno investito parte dei depositi che ricevono dai clienti in debiti degli stati e dalla qualità di questi (anche) dipende la capacità delle banche di restituire i depositi ai depositanti, ove questi ne facciano richiesta, come pure quella di prestare denaro a chi ne necessita per sviluppare l’economia. Un loop esplosivo, come facilmente si capisce.


Dunque, come da tempo sappiamo, la situazione è di estrema gravità, per noi soprattutto (indebitati, depressi e, finora, mal guidati) ma non solo per noi. I “pensieri” che sento correre in giro sono da brivido.


Per questo, non ho avuto e non ho voglia di scrivere. Ma oggi mi ha colpito una notiziola che ben accompagna la mestizia che ci pervade: Laura Antonelli, una bellissima sex symbol di qualche decennio fa, compie 70 anni, in miseria, in solitudine, distaccata dal mondo ma – dice il Corriere – in preghiera. Le sventure subite (da un’ingiusta detenzione ad un devastante lifting andato male), la fine del glamour che ne circondava la bellezza e della bellezza stessa, l’abbandono degli amici e l’isolamento dal proprio mondo sembrano essere i capitoli di un’elegia amara della bella vita, che – purtroppo – echeggia, sia pure dal piccolo mondo frivolo dello spettacolo, le vicende di un Paese che ha anch’esso dissipato se stesso.


Per questo, forse e curiosamente, mi ha colpito questa piccola notizia che viene da un mondo cui non ho mai prestato troppa attenzione. Tutti l’avevamo ammirata, la bella e vitale Laura di Malizia, che non ha saputo conservare se stessa nelle maree della vita e che ora comprende la fatuità del proprio trascorso: ha sperperato il suo provvisorio successo, dicono i giornali, ha tentato di arrestare il decorso del tempo sul proprio volto, che costituiva buona parte della sua ricchezza; ma, dicono sempre i giornali, non sembra travolta dall’amarezza, anzi pare distaccata ed assente.


Noi, torno così ai più drammatici casi nostri, non possiamo attendere distaccati ed assenti, per quanto inutili siano i rimpianti su ciò che avremmo potuto essere, e non siamo stati, se solo fossimo stati capaci di dirci come stavano le cose; anche a noi il lifting di debito e svalutazioni alla lunga non è venuto bene, anche noi abbiamo fatto uso di droga autorappresentandoci un mondo dove si può vivere e festeggiare coi soldi degli altri. Noi però siamo ancora in tempo; per poco ancora ma ancora. Seguitiamo ad attendere con fiducia trepidante la misura dell’impatto con la realtà.


Torneremo a parlarne quando ci sarà più chiara la strada.






27 novembre 2011

domenica 13 novembre 2011

Auguri, Italia!

12.11.11


(di Felice Celato)

Non voglio esimermi, dopo un giorno tanto importante quale quello di ieri, dal tracciare un mio breve commento su quello che vedo: non perché senta di avere importanti angoli da porre in luce (ci sono molti, ottimi commenti sui migliori giornali di oggi); ma solo perché, a distanza di tempo, vorrò rileggere, con i soliti amici che mi corrispondono, le impressioni su ore tanto importanti per il nostro Paese quali sono quelle che stiamo vivendo, per verificare – speriamo – la fallacia di tante negative impressioni che ho ricavato seguendo le cronache politiche di queste ore.


Cominciamo dalla situazione che ha determinato queste ore: L’Italia è già scivolata nel burrone della inadeguatezza della sua classe dirigente; ma, per fortuna, l’Italia non è il Paese di terza classe che ha dimostrato di voler essere per troppo lungo tempo: ha radici forti e amor proprio sufficiente per aggrapparsi a se stessa e al suo storico posizionamento internazionale; e i cittadini Italiani stanno capendo molto più di certi loro politici in che condizioni l’abbiamo messa. L’Italia può ancora tornare ad essere un paese serio, come lo è stato in molti passi cruciali della sua storia, anche recente, aggrappandosi agli appigli che anche questo burrone offre ancora alle forti mani dei suoi cittadini, riportati dai fatti alla veglia.


Veniamo alle reazioni della “piazza”: le scomposte piazzate che hanno salutato la resa di Berlusconi non sono degne di un paese serio, conscio della situazione; Berlusconi, dal punto di vista istituzionale, esce meglio di come è stato. Ha governato molto male (secondo me) ma sulla base di un forte consenso democratico; ha sciupato l’immagine e la credibilità del Paese con le sue sguaiataggini e la sua abitudine alla furbizia ma è stato a lungo popolare ed è stato votato con larghezza di consenso. Ha chiesto di approvare la legge di stabilità prima di dimettersi e l’ha, secondo me dignitosamente, ottenuto. Le gazzarre sono inutili anzi dannose.


La soluzione Monti: è, secondo me, la migliore che potevamo mettere al lavoro. Il Presidente incaricato dall’ottimo Presidente della Repubblica è una persona per bene, di grandissima competenza, estraneo ad ogni faziosità, personalmente dotato di una sensibilità civile e sociale assai distante dallo stereotipo tecnocratico che alcuni cercano di cucirgli addosso, dotato di un prestigio internazionale di grandissimo livello. Non è un politico; ma la sua missione non è propriamente politica. Perché sia chiaro: egli è un commissario straordinario per una situazione di straordinaria gravità; deve salvare il Paese dal tracollo e va sostenuto con ogni possibile forza.


Le reazioni della politica: diciamolo subito: ottimamente il Terzo Polo, molto bene anche il PD (Letta e Bersani; meno adeguato il discorso di Franceschini alla Camera), entrambi pienamente coscienti – così mi pare – della eccezionale gravità del momento e della eccezionalità delle misure richieste. Tutto sommato accettabile anche Vendola (verso il cui movimento non ho comprovate ragioni di simpatia, a partire, a ritroso, dall’ultimo referendum); da osservare nei fatti le confuse dichiarazioni di Di Pietro; male o molto male, direi, tutti gli altri. Quelli che per anni hanno beffeggiato la storia del paese tirando fuori ad ogni piè sospinto lo slogan stucchevole del teatrino della vecchia politica, dopo tanti mesi di loro cabaret, non sono usciti dalla loro prigione culturale ed hanno inanellato una serie di prese di posizioni politicistiche degne di quel passato che deridono ma, nella fattispecie, assolutamente incongrue, del tipo: “vogliamo prima vedere il programma”, “vogliamo vedere la squadra”, “quando vorremo staccheremo la spina”, “il governo deve essere a termine”, “vogliamo questo o quell’altro ministro”, “questo governo non è stato eletto dal popolo”, etc.etc.etc. L’abissale irresponsabilità di questi tentativi di ipotecare politicamente il governo “commissariale” che il prof. Monti deve faticosamente mettere in piedi ( e che spero vivamente duri fino al 2013, altroché “presto alle elezioni”!) è espressa meglio che da qualsiasi discorso da questo semplice dato: di qui alla fine del 2012 l’Italia ha circa 300 miliardi di € di titoli di Stato in scadenza e da rinnovare, circa il doppio di quelli faticosamente e onerosamente rinnovati quest’anno! 500 punti base in più (rispetto alla Germania) solo su questo massa di debiti vale 15 miliardi di € in più di intereressi da pagare, da parte di tutti i cittadini (250 € a cranio), che si aggiungono ai circa 80 miliardi comunque già da pagare (1300 € a cranio, compresi quelli vuoti!). E ciò che vale per i cittadini (maggiori interessi da pagare) varrà anche per le imprese Italiane che dovrebbero invece competere sui mercati con imprese tedesche e francesi e spagnole e inglesi, per ridare slancio allo sviluppo! Altro che “ricatti della signorina spread!”. Per favore, l’abbiamo già detto, non scherziamo col fuoco, perché ci faremmo molto molto male!


Conclusioni: le cose che Monti dovrà fare non saranno, nel breve, piacevoli per nessuno; e tanto più spiacevoli saranno, tanto meglio faranno nel lungo termine; ma vanno fatte assolutamente per il bene di tutti e vanno fatte subito. L’Italia ha l’occasione di ri-uscire dal baratro; per ora annaspa in cerca dell’appiglio che pure ha individuato e che la può trattenere almeno sul bordo e darle la possibilità di uscirne. Le chiacchiere della peggior politica e le sguaiataggini della piazza non sono un buon viatico!


Auguri, Italia!






13 Novembre 2011, ore 17

mercoledì 9 novembre 2011

Il "fai da te", precipitando

Idee
(di Felice Celato)

L’iniziativa del dott. Melani (l’imprenditore, mi pare, toscano, che sul Corriere della Sera del 4 novembre ha pubblicato a proprie spese un appello agli italiani perché sottoscrivano titoli del debito pubblico italiano) sta avendo corso con un successo che non può non confortare; prima di tutto per la natura dell’iniziativa (un’azione chiara, spontanea, responsabile e disinteressata invece di tante chiacchiere), poi per i presupposti (la breve ed impressionante elencazione dell’origine del problema è una delle rarissime operazioni di brutale verità che siano state fatte sul debito pubblico italiano); ed infine per l’eco positiva che ha suscitato, andando a scuotere le fibre di un amor patrio che sembrava morto. Onore quindi al dott. Melani ed alla sua iniziativa.


Detto ciò, però, vorrei formulare alcune considerazioni di natura certamente meno nobile di quelle che hanno ispirato il dott Melani ma che forse non sarebbero inutili presso i tanti politici che, come è loro costume verso ogni cosa che denoti possibilità di successo, hanno prontamente sponsorizzata (con calde parole, di cui sono spesso prodighi, quando qualcosa non li tocchi) l’idea di Melani.


La logica dell’iniziativa è scambiare la ricchezza delle famiglie con titoli del debito pubblico italiano; l’effetto desiderato non è quello, ovviamente, di ridurre il debito pubblico (sempre di debito stiamo parlando; o è debito già in mano a terzi o debito di nuova emissione; ma sempre debito è quello che dovremmo “accollarci”) ma di dimostrare verso esso un interesse di mercato (e per di più proveniente dal mercato “minuto” degli italiani) che valga a far percepire la fiducia degli italiani stessi verso il proprio paese e quindi anche a contenere la crescita del costo di tale debito correlata, invece, alla diffusa sfiducia verso l’Italia, a torto o a ragione diffusasi sui mercati (e io dico, vedendo il marasma politico in cui versiamo, a ragione).


Nello stesso spirito, mi permetto di suggerire una profonda modifica alla logica dell’operazione: non scambiare ricchezza delle famiglie contro debito pubblico, ma ricchezza delle famiglie contro patrimonio pubblico, ovviamente per ridurre il debito dello stato.


Mi spiego meglio tornando ad enunciare per sommi punti la logica dell’idea:


1. mettere una consistente parte del patrimonio dello Stato (azioni quotate, azioni non quotate e immobili) in un fondo, gestito da un’apposta SGR, magari a controllo pubblico;


2. imporre una patrimoniale su immobili (esclusa prima casa) e ricchezza mobiliare delle famiglie;


3. compensare lo sforzo eccezionale così richiesto alle famiglie dando in cambio a chi ha pagato la patrimoniale una certa proporzione di titoli del fondo come sopra creato;


4. destinare, ovviamente, il gettito della patrimoniale a riduzione del debito pubblico (in un colpo solo, molti miliardi di euro) e l’economia di interessi che via via si genererà sul bilancio pubblico (minor debito = minori interessi, e forse anche minori tassi) a riduzione delle imposte ordinarie sui redditi, per favorire la ripresa dei consumi e sostenere il reddito disponibile dei meno agiati.


Lo spirito è lo stesso di quello del dott. Melani (chiamare le famiglie a concorrere al risanamento del debito pubblico); l’effetto sarebbe però più radicale, sia sul piano finanziario (riduzione del debito e degli interessi), sia su quello degli effetti sui mercati (sarebbe una clamorosa operazione fiducia!) , sia infine sul piano, per così dire, pedagogico (gli Italiani imparino a diffidare dei politici che promettono solo spese, perché poi alla fine il conto lo pagano loro, gli italiani, intendo dire).


Però l’iniziativa del dott. Melani ha un grosso vantaggio su quella che siamo venuti esponendo: non richiede il concorso della politica, che in questo momento sta dimostrando una clamorosa povertà di idee e di coraggio.


L’Italia non è più sull’orlo del baratro, come ormai per mesi si è detto: è nel baratro! Ancora con qualche possibilità di salvarsi, contando sugli stamina dei suoi cittadini, ma ha bisogno subito di un colpo di reni e di misure forti (altroché il monitoraggio delle transazioni in contanti superiori ai 500 €, come pure, con madornale incongruità di merito e di tempi, sento dire!): non vedendo chi le stia apprestando, rinnovo i miei complimenti al dott Melani!

9 Novembre 2011

domenica 6 novembre 2011

Stupi-diario contento

Cronache di ordinaria banalità
(di Felice Celato)


Oggi lo stupore del nostro diarietto curioso ha un tono lieto: finalmente una buona sorpresa, ancorché generata da una triste circostanza!


Spiego subito, attingendo dal Corriere della sera di oggi (pagina 6) la buona notizia: pare che si stia determinando “in rete” una specie di “indignata” (che straordinario successo per questo aggettivo!) sollevazione popolare contro una giornalista del TG2 che ha incalzato con domande a dir poco incongrue (la solita, banale caccia alle sensazioni vestita da intelligente introspezione: “Che cosa hai provato?”) un ragazzino di 16 anni che aveva appena perso sua madre nella tragica alluvione di Genova.


Buon segno! Si vede che questo modo di fare giornalismo, che da tempo mi preclude la calma fruizione (nel senso che , come direbbe Totò, “escandesco” ) di ogni servizio televisivo dedicato a fatti di cronaca nera o tragica che sia, comincia (era ora!) a nauseare anche …..”la rete” (ormai sinonimo evoluto del superato “gente”).


E’ veramente ora di dire basta alla ritualità frivola di questo (fintamente) emozionato emozionismo che, non solo specula sui sentimenti e i dolori delle persone, ma anche esalta, talora, le reazioni e le pulsioni più sconvolte ed istintive. Per carità!, nessuno nega che reazioni istintive e pulsioni siano pienamente umane e in molte situazioni anche comprensibili; ma certamente fanno parte di quel vasto modo della nostra umanità, per sua natura, destinato a restare intimo e che quando vuole manifestarsi, per restare integralmente umano (e quindi non solo pulsionale), deve essere mediato e ricomposto dalla ragione.


Questo vale per il dolore e le sue manifestazioni ed anche per l’umana disposizione al perdono da parte delle vittime indirette di fatti di cronaca nera: quante volte sentiamo porre, con untuosa insinuazione e voce impostata, la domanda "intelligente": “Ma lei perdona chi le ha fatto tanto male?”, magari quando il sangue delle vittime è ancora caldo? Che senso banale diamo, in questo modo, alla dimensione sublime del vero perdono, al suo significato puro e purificante, che comunque richiede un travaglio interiore e una raffinazione del sentimento forte e delicata ad un tempo?


Dunque se comincia una reazione diffusa a questo tipo di giornalismo, bene, molto bene, per una volta ci stupiamo con favore! Speriamo che i direttori  di telegiornali (e di giornali) ne  tengano conto.


6 novembre 2011

venerdì 4 novembre 2011

Letture per una speranza civile

L’eclissi della borghesia

(di Felice Celato)

Come sanno tutti i miei “corrispondenti intellettuali” (cioè gli amici preziosi con cui mi piace – e mi fa bene – scambiare opinioni sul mondo, su come va e su come vorremmo che andasse), da molti anni sono un attento lettore di Giuseppe De Rita ed un estimatore ammirato del modo, lucido e ad un tempo pietoso, con cui guarda alle vicende del nostro Paese, con scorci di intuizioni talora forse un po’ visionarie ma sempre confortate da un ricco patrimonio di evidenze e da analisi quantitative accurate ed affidabili (come possono esserlo le indagini sociologiche).


Anche questo suo nuovo libro L’eclissi della borghesia, Laterza, 2011 (scritto in collaborazione con Antonio Galdo) non mi ha deluso.


L’evidente eclissi della borghesia italiana ( qui la borghesia è intesa non nel senso in cui la intendevano i vetero social-comunisti ma come la classe sociale con una funzione politica, come l’ avanguardia che produce movimento, mobilità, sviluppo e che vive il senso di una responsabilità collettiva; in altri termini come l’ossatura della classe dirigente di un Paese) viene analizzata brevemente nelle sue dinamiche storiche e nelle sue conseguenze sociologiche e politiche.


A questa eclissi ha corrisposto l’impoverimento della vita politica italiana e l’arroccamento dell’humus naturale della borghesia nel “presentismo” di una “cetomedizzazione” abdicativa e pavida del futuro, fatta di derive corporative e familistiche, localistiche ed isolazioniste al Nord e disimpegnate ed opache al Sud dove non sono mancati fenomeni estesi di resa al degrado.


Eppure, e questa è la benefica visionarietà di De Rita, partendo dalla singolare resilienza che – secondo De Rita – la nostra società nel suo complesso ha saputo ( anche in tempi economicamente così inquietanti come i presenti ) esprimere nel profondo, è possibile “nutrire nuove speranze facendo affidamento su alcuni segnali di un’inversione di tendenza”. E quali sono questi segnali, che, tutti insieme, chiamano in causa una rinnovata borghesia? Anzitutto l’esaurimento del lungo ciclo della soggettività (del quale Berlusconi è stato il più abile rappresentante politico), ove al primato dell’io sono stati piegati leggi naturali, codici morali e persino il peccato, ridimensionando anche il ruolo della Chiesa Italiana (peraltro non immune anch’essa da angusti arroccamenti, che ne hanno determinato la crisi presente); poi la ripresa di forme di partecipazione collettiva che si esprime anche in un forte volontariato ed in una spinta all’autorganizzazione (qui il richiamo è alla Big Society di Cameron, ma anche, aggiungerei io, a quanto va proponendo Pellegrino Capaldo nel suo Progetto su www.perunanuovaitalia.it )ed alla sussidiarietà civile.


In sostanza, concludono De Rita e Galdo, “le acque immobili di questa palude stagnante che è oggi la società italiana, possono essere agitate anche da un rilancio delle virtù civili che partono dal profondo della nostra coscienza e non da semplici pulsioni individuali”;il tutto a condizione che si determini in noi un ardore, di qualcosa che brucia dentro di noi.


Bene; questo è il piccolo ma non trascurabile libro che consiglio a tutti di leggere: comunque fa bene pensare che chi è tanto solido (e lucido) nell’analizzare i mali della nostra società e della nostra cultura anche civile, comunque coltivi “nuove speranze”, per le quali, da parte mia, non posso che desiderare analogo fondamento.

3 Novembre 2011 (vola lo spread ma noi pensiamo al π, quota 3,14)