giovedì 22 agosto 2019

Ri-letture

Initium ut esset
(di Felice Celato)
Initium ut esset, creatus est homoQuesta fondante citazione da sant’Agostino (De civitate Dei) l’ho ri-trovata alla fine di un grosso volume che avevo letto anni fa e che, in questi giorni di ansiosa (e desiderata) estraniazione, ho risfogliato: si tratta di Le origini del totalitarismo (P.B. Einaudi, disponibile in e-book) scritto da Hannah Arendt nel 1951:  «Initium ut esset, creatus est homo», «affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo», dice Agostino. Questo inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo.
Il senso della citazione che ne fa la grande intellettuale ebrea apolide (autrice, come tutti sanno, del capitale libro La banalità del male, in fondo anch’esso un’indagine sui meccanismi di svuotamento dell’umanità proprio della dittatura nazista, traguardata attraverso la personalità di Eichmann) sta tutto in questo messaggio: ogni fine nella storia [e, scrive poco prima Hannah Arendt, il dominio totalitario, al pari della tirannide, racchiude in sé i germi della propria distruzione ] ogni fine della storia contiene inevitabilmente un nuovo iniziol’inizio [il nuovo inizio], prima di diventare avvenimento storico, è la suprema capacità dell’uomo; politicamente si identifica con la libertà umana.
Il libro della Arendt (che appena uscito non mancò di suscitare anche complesse critiche per alcuni suoi presupposti filosofici, sui quali non è il caso di soffermarsi) è in buona sostanza un’analisi delle tecniche di potere dei grandi totalitarismi contemporanei (nazismo e comunismo) e, al tempo stesso, un’opera di educazione politica e civile, perché nessun sistema politico contemporaneo è del tutto immune dal rischio degenerativo del pensiero ideologico, cioè degli -ismi che per la soddisfazione dei loro aderenti possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa. Perché, in fondo (ed è questa la considerazione della Arendt che mi ha bruscamente ricondotto al nostro tempo) il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.
Fin qui la citazione dal “vecchio” tomo; ma il richiamo alla realtà è stato potente, complice la lettura - distratta, annoiata o disgustata quanto si vuole, ma forse inevitabile - del “dibattito” parlamentare sulla mozione di sfiducia (prima presentata poi ritirata) al Presidente del Consiglio (nel frattempo dimessosi): l’impressione è stata quella della completa obliterazione di ogni distinzione fra realtà e finzione, perpetrata con cinismo da “eletti” intenzionati a somministrare agli elettori il “loto” della politica di cui essi sono avidi, come gli omerici compagni di Ulisse (vedasi il post La “lite” sul loto del 10 1 2017 e mi si perdoni l’auto-citazione). Diciamoci la verità, per quanto amara: quando ci lamentiamo della politica, siamo, in fondo ingiusti verso coloro che sono stati “eletti” per governarci. Essi rispondono con la loro pochezza alla pochezza della domanda politica che li sorregge: e allora, per questo popolo che li vota, vanno bene slogan ormai privi di senso,  sceneggiate, banalità noiose usurate dal troppo ripeterle, vere e proprie falsità inventate per spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa (come direbbe Hannah Arendt); va tutto bene, persino la vigorosa minaccia di autosfracelli, persino l’ostentazione devota di simboli religiosi; persino l’esposizione di cartelli per dare corpo visivo alla nullità dell’esposto. Va tutto bene (purché sia falso o artificioso o fuorviante), direbbe chi guardi alla politica come ad un mercato: è la domanda (di umori, rancori, passioni faziose, promesse di spesa, fughe dalla realtà) che crea l’offerta.
A meno che. A meno che non siano gli “eletti”, come il giornalista del famoso romanzo Numero Zero di Umberto Eco (Bompiani, 2015), a pensare che  la gente all’inizio non sa che tendenze ha, poi noi gliele diciamo e loro si accorgono che le avevano; cioè che l’offerta (di umori, rancori, passioni faziose, promesse di spesa, fughe dalla realtà) crea la domanda.
Come che sia da pensare l’attuale “mercato della politica” (e francamente, come elettore, non saprei di quale visione dolermi e vergognarmi di più), non ci resta che sperare, parafrasando sant’Agostino, in un nuovo initium, ut homo sit.
Orbetello, 22/23 agosto 2019






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