lunedì 22 agosto 2016

Letture estive

Sulla via del ritorno
(di Felice Celato)
Per re-integrarci definitivamente nell’affannoso clima che ci attende in questo residuo scorcio dell’anno, eccomi qua a rendervi conto di due letture estive di un certo impegno, “prescrittemi” da un amico, affettuosamente e seriamente preoccupato dalle mie “scandalose” derive anti-statolatriche, anzi, per abusare di parole inventate, decisamente stato-steniche.
La prima lettura è un lungo testo di Mariana Mazzuccato (Lo stato innovatore, Laterza editore, 2014) che muove da un’affermazione che è difficile non condividere: il ruolo determinante (per la crescita in ambiente competitivo) della ricerca e dell’innovazione. E sostiene, in estrema sintesi, che, per la natura dei rischi che l’investimento in innovazione comporta e per la tipologia di esigenze finanziarie che pone (i capitali pazienti), l’innovazione abbia bisogno dello stato, perché né la natura dei rischi né i tempi di ritorno sono compatibili con le aspettative di un imprenditore. E, infine, descrive una serie di interessanti esempi di come anche le più prestigiose e celebrate imprese private (Apple, per esempio) si siano avvantaggiate in maniera decisiva non solo del supporto dello stato in alcuni passaggi cruciali della loro storia ma anche di tecnologie direttamente sviluppate dallo stato, specie in ambiente militare.
La seconda lettura è un libro del Premio Nobel Paul Krugman (The return of depression economics and the crisis of 2008, Norton editore, 2009), secondo me di grande suggestione intellettuale, sebbene non nuove siano le tesi che vi espone (di suo avevo già letto: Fuori da questa crisi, adesso! e Lo stato non è un’ azienda): le depressioni, come le guerre, sono i veri nemici della stabilità capitalistica; le esperienze fatte in tutte il mondo (anche qui la rassegna è ampia)  in occasione di depressioni locali o generali evidenziano spesso gli errori dei governi in termini tempestività e di efficacia dei rimedi che vengono posti in atto. Nella situazione in cui scriveva l’autore (siamo nel 2009, poco lontani dell’esplosione della crisi finanziaria ) i problemi sono (erano): (1) l’insufficienza quantitativa e qualitativa del credito (per crisi di fiducia e scarsezza dei capitali delle istituzioni finanziarie); e, (2) la scarsa propensione a spendere. Di qui la ricetta tipicamente Keynesiana: più capitali dello stato (anzi degli stati, coordinati fra loro) per sostenere  il credito e rassicurare i mercati in ordine alla tenuta delle banche; più spesa pubblica per stimolare l’economia.
Dico subito che, per quanto a diverso titolo  interessanti, le due letture si sono rivelate inadatte allo scopo “terapeutico” perseguito dal mio amico soprattutto per un motivo: entrambe muovono da un approccio economico e…lì restano; anzi, prevalentemente si focalizzano su esperienze, situazioni e problemi statunitensi, ai quali si ispirano le soluzioni che suggeriscono. E, anche in questa ottica, nemmeno contraddicono il mio assunto sulla necessità di confinare lo stato alle mere funzioni in cui è (assolutamente) insostituibile, siano queste lo stimolo alla innovazione (nel testo della Mazzuccato) o il soccorso ai mercati finanziari devastati dalla crisi del 2008 o lo stimolo fiscale (Krugman). Non sono infatti un fanatico liberista che nutra una fiducia sconfinata nella capacità di autoregolarsi del mercato; né, tampoco, sono un anarchico radicale (qui mia moglie avrebbe certamente da ridire su certe mie presunte tendenze anarcoidi, ma lasciamo perdere: l'aggiunta dell'aggettivo "radicale"dovrebbe far contenta anche lei!). Anzi, credo che il mercato abbia la necessità di essere efficacemente regolamentato da uno stato che sappia fare il suo vero mestiere (e che abbia voglia di farlo!). In realtà il nucleo delle mie convinzioni (faccio rinvio a quel che venivo dicendo, da ultimo, il 4 luglio u.s. nel post Letture liberali/2) muove da un’ottica che è - prima ancora che economica - culturale e sociologica e, per di più, riferita al nostro paese: noi abbiamo disperato bisogno di una frustata alle nostre pigrizie statolatriche, nelle quali, in Italia, ci siamo crogiolati per anni coi risultati che vediamo. Non usciremo da nessuno dei cerchi concentrici delle nostre crisi (vedasi post del 29 giugno u.s) senza un radicale cambiamento di mentalità e continuando ad adorare una divinità, da noi,  vecchia e dispotica, alla quale ci siamo tuttavia abituati perché per anni ha diffuso l’illusione che essa era, sempre, tutto per tutti.

Roma 22 agosto 2016

PS: Mi è stato detto che, quando cito precedenti post, sarebbe utile aggiungere il link. In realtà, senza appesantirci di troppi link, chi volesse rileggere qualche vecchio post, può farlo agevolmente accedendo, qui a fianco, all'Archivio blog e aprendo il periodo di suo interesse semplicemente facendo click sulla freccetta accanto all'anno o al mese de quo.

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