mercoledì 22 maggio 2013

Chiari segnali indistinguibili


I numeri di Babele
(di Felice Celato)
La lunghezza, la larghezza, l’altezza, la profondità, la capacità, il peso, tutto si misura (o si identifica) coi numeri: il tempo (i giorni, i mesi, gli anni, i secoli e i millenni), gli abitanti della terra e delle sue articolazioni (villaggi, città, regioni, nazioni, continenti), la velocità, la frequenza, le probabilità, le ricchezze, i debiti e i crediti, i voti, le pagine dei libri, le pulsazioni del cuore e le schiere degli Angeli, i passi del Vangelo, le terzine di Dante.
Tutto è numero, diceva Pitagora. Se non avessimo i numeri, con la loro capacità di distinguere e di “pesare”, saremmo persi nel buio dell’indistinto, del non misurabile, del misterioso.
Eppure, in Italia, in questo Paese che sta divorando se stesso (l’espressione non è mia, ma di un mio amico, colto e raffinato uomo d’affari, con cui ho lungamente conversato oggi a Milano), abbiamo deciso, non di farne a meno (per ora non ci siamo riusciti, però forse tenteremo!), ma di svuotarli di significato piegandoli alle nostre esigenze di confusione, alle nostre retoriche ciarlatane, alle nostre pulsioni auto-distruttive; il tutto perché nessuno capisca, perché si perda la nozione del tempo e delle quantità, perché  Babele diventi la nostra città.
Ci pensavo oggi, davanti ad un'ennesima puntata di quello snocciolamento di numeri indistinti che è diventata la nostra comunicazione: i telegiornali e i nostri giornali (il che è ancora peggio, perché quando si scrive bisogna ogni tanto fermarsi a temperare la matita e temperando si può anche pensare) pullulano di dati sulla nostra economia e sul nostro “disagio sociale”, contraddittori e “allarmanti” o (più raramente purtroppo) “rassicuranti”, a seconda delle intenzioni di chi li maneggia con finta padronanza, spesso confondendo milioni con miliardi, medie con mediane, percentuali con altre percentuali riferite a “universi” diversi.
E in questa furia logoclastica, gettiamo alla “ggente” chiari segnali indistinguibili, atti a creare sensazioni indirette – dove non ci sono, ahimè! dolorosamente, quelle dirette  – sulle quali poi misuriamo, con finto rigore statistico, gli umori e le convinzioni di massa; sulle quali ultime si orientano o si tentano di orientare le azioni (vere o, per lo più, simulate) dei nostri politici (altre volte abbiamo parlato di questo cosiddetto cortocircuito delle opinioni che chiameremo democrazia babelica).
Quando facevo il mestiere di gestire attività aziendali, decisi di difendermi dalla babele dei numeri addomesticati (così spesso diffusi anche all’interno delle sociologie aziendali) stabilendo che tutti i numeri su cui si basava ogni decisione, da qualunque entità organizzativa provenissero, dovessero passare attraverso il vaglio (critico) della funzione che era preposta alla misurazione degli economics dell’azienda; e che solo su questi, così vagliati, si assumessero le decisioni.
Ebbene, se fossi un dittatore illuminato (cosa cui – lo ammetto con vergogna – ho sempre aspirato!), stabilirei un Ministero dei Numeri, l’unico titolato a fornire, con cadenze periodiche fisse (magari mensili), i numeri alla pubblica opinione; e naturalmente – perché sempre di un aspirante dittatore stiamo parlando – proibirei “severamente” la diffusione di ogni altro numero da chicchessia negli intervalli fra una comunicazione periodica e l’altra da parte dell’apposito Ministero dei Numeri.
Certo, lo riconosco,  la  democrazia babelica potrebbe soffrirne; ma….magari, chissà, nel lungo periodo…. forse diventerebbe meno babelica e il dittatore illuminato potrebbe tornare alle sue letture da anziano.
Roma, 22 maggio 2013
PS: Oh! Naturalmente scherzavo….in molte righe (circa il 20% del testo, direi, tanto per dare un numero)

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