sabato 12 maggio 2012

Uno sguardo al futuro


Il futuro di un paese  stanco
(di Felice Celato)

Forse qualcuno dei miei amici ricorda un breve video della BBC che nel dicembre del 2010 avevo trovato e raccomandato a tutti (chi non l’ha visto può, credo, ancora trovarlo su http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1046384; in sostanza il professore Hans Rosling del Karolinska Institutet di Stoccolma, portando indietro le lancette di 200 anni, traccia, nel video,  il percorso  del benessere mondiale in 200 paesi negli ultimi due secoli realizzando un suggestivo grafico dinamico dell’evoluzione economica del mondo.
Allora, nel commentare i quattro minuti di macro-storia economica dell’uomo contemporaneo, indugiammo brevemente nel considerare quanto queste dinamiche scoloravano di senso le nostre beghe di piccolo paese di un piccolo  e vecchio continente.
Oggi, vorrei tornare sul tema con alcuni interessanti stime economiche che ho visto formulate da una banca internazionale sulla base di dati forniti da fonti primarie di grande affidabilità: in sostanza, stavolta, si è cercato di guardare al futuro misurando l’evoluzione dei PIL attesi nei maggiori Paesi del mondo per il ventennio che va dal 2010 al 2030, per tracciare una classifica di peso economico e per vederne l’evoluzione attesa nel ventennio che viviamo.
Ebbene, come a tutti è noto, l’Italia ha un PIL che per dimensione risultava essere, nel 2010, il settimo del mondo (quante volte i nostri politici, forse pensando di portarne tutto il merito, ce lo ricordano: “siamo la settima potenza economica del mondo!”): in sostanza prendendo in esame i 13 paesi più ricchi, noi ne abbiamo 6 davanti (USA, Cina, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) e 6 dietro (Brasile, Canada, Russia, India, Spagna e Messico). Siamo cioè, per dirla calcisticamente, al centro della classifica. Bene: questo nel 2010, su dati consuntivi. Questa “classifica” è stata poi proiettata sulla base dei dati attesi per il 2030 (cioè, ormai, fra “soli” 18 anni) e questi sono alcuni risultati: gli Stati Uniti non saranno più primi, ma secondi, fra la Cina (prima) e India (terza); il Giappone non sarà più terzo ma quarto, prima di Russia, Brasile e Regno Unito, mentre la Germania da quarta diventerà ottava, la Francia da quinta decima. E l’Italia? L’Italia non ci sarà più fra le tredici più grandi economie del mondo, scomparirà dal monitor delle economie più importanti , anche il Messico, la Korea ed il Canada la sopravanzeranno.
Conosco buona parte delle obiezioni che si possono fare alle suggestioni di questo discorso, prima fra tutte che il futuro è nelle mani di Dio (e va bene!), poi che il PIL non esprime appieno la felicità di un popolo, poi che bisognerebbe vedere i dati pro-capite, poi che in fondo l’ascesa di paesi come i BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) è già da tempo scontata, etc. etc. etc. Tutte cose vere, intendiamoci. Ma vorranno dire qualcosa questi dati? O no?
A me sono sembrati eloquenti, tanto più significativi, anzi, quanto più si rifletta – ancora una volta – sulla qualità delle cose che ci occupano ogni giorno sui giornali; e sulle diverse dinamiche che l’evoluzione del mondo riserva a noi, non solo nei confronti dei nuovi paesi ricchi ma anche di quelli con cui più spesso ci confrontiamo (Germania, Francia, Regno Unito).
Nel 2030 avrò (se ci sarò) 81 anni, i miei figli ne avranno 57 e 54; mia nipote che allora avrà 20 anni potrà dire: “quando sono nata l’Italia era una potenza economica; allora sì che si stava bene. Mi raccontava mio nonno che in famiglia ognuno aveva una macchina…..”


Roma 12 maggio 2012

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