sabato 26 maggio 2012

Partim dolore, partim verecundia


Storie, teologie e presente
(di Felice Celato)
Eccomi qua, con un post un po’ impegnativo. Tutto (o quasi!) nasce dalla lettura di un libro molto interessante (Il problema Spinoza, di Irvin Yalom, Neri Pozza Editore), abbastanza pesante per essere un romanzo ma molto ricco di riflessioni e di spunti: vi si intrecciano, in un’eccellente trovata romanzesca, le storie vere di due personaggi storici, Baruch Spinoza (filosofo ebreo del XVII secolo) e Alfred Rosenberg (criminale nazista e campione dell’antisemitismo), il quale non riesce a capacitarsi del “problema Spinoza”, cioè del perché un ebreo come Spinoza fosse tanto ammirato da grandi personaggi della “arianissima” storia culturale tedesca, come Goethe.
Il libro è, come dicevo un po’ pesante, non ostante la prosa brillante e scorrevole, non solo perché è molto lungo (circa 450 pagine) ma soprattutto perché Spinoza vi appare, per moltissime pagine, pressoché esclusivamente come il protagonista di conversazioni filosofiche e teologiche di grande significato speculativo.
Il tema che mi ha fatto molto riflettere è quello che pone Spinoza (grande contestatore della tradizione religiosa ebraica ed egli stesso espulso dalla comunità ebraica olandese per eresia) quando dice che non è stato Dio a crearci a sua immagine e somiglianza ma siamo stati noi a “costruircelo” a nostra immagine e somiglianza, con le nostre passioni (l’amore per l’uomo, prima di tutte) e il nostro senso del bene e del male, che contrastano col requisito essenziale della divinità infinita onnisciente e onnipotente, cioè con la sua necessaria imperturbabilità (ogni turbamento, in fondo, contrasterebbe con onniscienza ed onnipotenza).
Il tema è, come è facile intendere, legato alla struttura vetero-testamentaria (diremmo noi cristiani) della religiosità ebraica, ovviamente non “completata” (diremmo sempre noi cristiani) dalla rivelazione neo-testamentaria. Ma esso mi ha riportato ad un concetto della rivelazione vetero-testamentaria che mi ha sempre affascinato, cioè alla percezione dell’Antico Testamento come una (magistrale) teologia della storia, cioè come un’interpretazione in chiave teologica della storia del popolo ebraico operata dai redattori del VT (inspirati o non inspirati che siano stati). E quindi mi ha indotto a ripensare alla natura “sconvolgente” della rivelazione del NT, non un libro ma una via, una via rivelata (non a caso dice Gesù “IO sono la via, la verità e la vita”) che paradossalmente (spero di non risultare eretico io stesso) “scolora” anche il senso del Vangelo, così come la Chiesa (che si proclama – ed io credo sia – l’autentica erede della via) lo ha definito, per esempio stabilendo quali erano i Vangeli autentici e quali quelli “apocrifi”.
E dunque, è la Chiesa la fonte della rivelazione, più assai (Dio mi perdoni!) di quanto non lo siano i Vangeli (che in fondo sono “strumenti” – sia pure essenziali – di questa suo diritto ereditario sulla via).
Forse, anzi certamente, queste cose non sono nuove (lo confesso: sono quasi sicuro che queste non siano eresie, ma….. per prudenza ho chiesto e chiedo in anticipo scusa a chi ne “sa” più di me se proprio ho esagerato!) ma mi sono venute in mente con dolore (anzi, partim dolore, partim verecundia, come direbbe De Rita) nel leggere le cronache quotidiane che coinvolgono la vita della Curia e dei suoi goffi attori di questi giorni, autentici protagonisti di un umanissimo scempio dell’immagine della Chiesa. Per fortuna, ha detto il “povero” Papa oggi, la casa fondata sulla roccia non teme tempeste (la citazione non è precisa perché l’ho sentita per radio)…. ma certo di picconatori ce ne sono molti anche nel “recinto” Vaticano! E devo dire, non se ne sentiva proprio il bisogno! Si sentirebbe bisogno, invece, hic et nunc, di una scossa forte, ma proprio forte.

PS: il fondo viola mi è sembrato appropriato

Roma, 26 maggio 2012

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