lunedì 11 maggio 2015

Numeri

Rifugiati
(di Felice Celato)
Voi tutti sapete che io amo molto i numeri; non l’ho mai fatto ma oggi voglio pubblicare, senza commento, una tabella che ho elaborato su dati di UNHCR Asylum trends 2014. Sono convinto che ci tornerà utile averla sott’occhio in questi giorni in cui, finalmente, pare che si voglia, in qualche modo, affrontare a livello Europeo il problema dei rifugiati; è facile prevedere che verranno fuori un po’ di retoriche politiche come al solito a-numeriche.
In A troverete il numero di richieste di asilo presentate ogni 1000 abitanti nel periodo 2010-2014; dunque un indice di flusso riferito alla popolazione. In B il numero di richieste di asilo presentate, nello stesso periodo, per ogni  dollaro di PIL/pro capite; dunque un numero di flusso riferito al reddito pro-capite. (Mi spiego meglio con un esempio numerico: se il paese ha  un reddito pro-capite di $ 20.000 e riceve, nel periodo, 20.000 domande di rifugiati, il suo indice B sarà di 1, cioè un rifugiato per ciascuno dei 20.000 $ di reddito pro-capite. Se, invece, il reddito pro-capite fosse di $ 40.000 – e dunque il Paese è più ricco del primo – a parità di rifugiati  - cioè, nell’esempio, 20.000 – il suo indice B sarà di 0,5, cioè “mezzo” rifugiato per ciascuno dei 40.000 $ di reddito pro-capite).
Ecco i numeri, le conclusioni ognuno le tiri da sé.


PAESE
A
B
Austria
10,4
1,9
Belgio
8,3
2,2
Danimarca
6,6
0,8
Francia
4,2
6,9
Germania
5,3
9,9
Grecia
4,2
1,8
Italia
2,6
4,6
Lussemburgo
12,6
0,1
Malta
17,5
0,2
Norvegia
10,7
0,8
Olanda
4,3
1,5
Spagna
0,4
0,6
Svezia
24,4
5,2
Svizzera
12,3
1,8
Turchia
2,4
9,2
UK
2,2
3,6





sabato 9 maggio 2015

Letture Greche

Un romanzo ed un saggio
(di Felice Celato)
Mentre si sta tessendo la tela grezza della never ending story della crisi Greca (sulla quale ritornerò, a vicenda conclusa, per trarne – se del caso – utili lezioni per noi), mi sono appassionato a due letture, appunto Greche, che segnalo.
La prima è un nuovo “giallo” di Petros Markaris (Titoli di coda, Bompiani, 2015), che definirei un giallo sociologico. Non importa qui la storia, che del resto non sarebbe nemmeno bello riassumere, trattandosi, appunto, di un thriller; basterà dire che il protagonista è la società Greca, sfarinata dalla crisi, dalla sfiducia, dalla stanchezza e corrosa al suo interno da rancori violenti e da una disorientata ricerca di colpe, fra complicazioni etniche e ansia di palingenesi.
Un bel romanzo, nel suo genere, narrato molto bene dall’autore che si conferma un giallista sui generis; ma il motivo per cui ho deciso di segnalarlo è più profondo e trova alimento in un altro libro, un saggio, stavolta, di Yoannis Palaiologos (The 13th labour of Hercules, Portobello books, 2014) che analizza la storia socio-economica della Grecia negli ultimi decenni, ripercorrendo le “follie” di un popolo – per tanti aspetti così vicino a noi – fra fallimenti di politici di scarso livello, incrostazioni burocratiche e clientelari, rifiuto di fare i conti con la realtà, reazioni emotive al panico finanziario, ideologismi devastanti, dominanze di classi dirigenti avide ma impreparate al contesto Europeo del quale, peraltro, ambivano di far parte, come, del resto, tutto il Paese.
 Trascrivo qui (la traduzione è mia) il giudizio di sintesi che l’ autore (un giornalista di Kathimerini, credo il più importante giornale Greco) traccia della vicenda del suo popolo: ”Il problema non è stato quello di un eccesso di liberalismo, ma, semmai, di una carenza di neoliberalismo; nella particolare forma di capitalismo clientelare di stato (statist crony capitalism), il vecchio governava e il nuovo – giovani imprenditori in cerca di nuove intraprese, laureati in cerca di lavoro, nuove iniziative alla ricerca di uno spazio in un mercato protetto – veniva tenuto fuori. Ma anche peggio: come il conto delle follie del sistema politico clientelare veniva a scadere, fu chiaro che la priorità numero uno della vecchia generazione, che era venuta fuori dal tempo della caduta dei colonnelli, era quella di trasferire, quanto più potevano, il peso maggiore dell’aggiustamento sulle spalle dei loro figli.” Ne sono seguite agitazioni fortemente emotive, spesso ipotecate da intenti marcatamente ideologici, alle quali i politici, man mano che cominciavano ad affluire fondi dall’Europa, soprattutto negli ambienti universitari, hanno reagito, non affrontando i problemi, ma sottoscrivendo budget nei quali erano evidenti i segni di una drunken-sailor-style spending (una spesa in stile navigatore ubriaco).
Purtroppo, aggiunge l’autore in un articolo comparso ieri sul Wall Street Journal, il conto non è ancora completo: the other damage Greece’s government is doing (l’altro danno che il governo Greco sta facendo) è proprio quello di riportare l’economia Greca verso forme di protezionismo e di chiusura internazionale.
Non ho elementi, come è facile immaginare, per dare un giudizio sulla qualità delle ricostruzioni di Palaiologos né per valutare la sua “profezia” (anche se tutti gli indicatori economici parlano da due o tre mesi a questa parte di una nuova inclinazione verso il basso della curva di ripresa dell’economia Greca che a dicembre 2014 dava segni di risveglio anche vigoroso).
Purtuttavia, il saggio che segnalo mi è parso notevole, non solo in sé, per la chiarezza e l’efficacia delle analisi svolte, ma anche per le molte analogie che vedo fra alcune dinamiche della recente storia Greca e molte di quelle che leggo nella storia sociologico-politica dell’Italia di questi ultimi anni, ovviamente fatte le debite proporzioni che rendono le due situazioni solo in parte comparabili per gravità.
In fondo, tornando alla Grecia, direi che la società descritta da Markaris – la protagonista del suo “giallo” – trova nel saggio di Palaiologos, una chiave di lettura storico-politica che, per molti versi, impressiona e indirettamente attribuisce al romanzo un valore che va al di là di quello proprio della narrazione poliziesca.
Roma 9 maggio 2015


martedì 5 maggio 2015

Opinioni a mio rischio e pericolo

(di Felice Celato)
Expo ex ante
E’ partita questa famosa Expo e, come giustamente ha osservato qualcuno, occorre sperare che l’iniziativa abbia successo; e – anzi – occorre che ciascuno degli attori dell’Expo faccia, come del resto molti hanno già fatto e tutti i media stanno facendo, ogni sforzo possibile perché risulti un successo (o quanto meno sia percepita come tale).
Detto questo, però, voglio mettere in fila alcune mie perplessità, anche col confessato intento di verificare, magari fra un anno, quando potremo parlare dell’Expo ex post, se avevo visto giusto o no; in fondo – per me – anche questo è un utile sottoprodotto di questo nostro dirci apertamente come la pensiamo, senza paura di sbagliare, perché sbagliare (ragionatamente) si può, anche quando ci sembra di avere idee nette.
Dunque: fin dall’inizio sono (stato) contrario a questa intrapresa, per almeno 5 motivi: (1) anzitutto il “genus”: queste mostre/ fiere/ conventions sono ormai ontologicamente superate: comunicazioni, telecomunicazioni, interconnessioni in tempo reale, etc., fanno di questo tipo di eventi un qualcosa ormai declinante se non addirittura obsoleto. (2) Poi il “tempus”: l’Italia, ormai da qualche decennio non è più in grado di gestire progetti complessi che richiedano la coordinata interazione di Stato, Autorità Locali e imprese private (basta guardare lo stato delle infrastrutture che avrebbero dovuto supportare l’evento): troppa ruggine si è accumulata sugli ingranaggi che devono, invece, funzionare in perfetta sintonia. Bisogna, prima, ricostruire un accettabile grado sin-tonia civile. (3) Sempre a proposito di “tempus”: in questo momento l’Italia non è in grado di sostenere decentemente investimenti ingenti a ritorno incerto e differito. (4) Poi il “modus”: l’Expo è costosa, le analisi che l’hanno supportata (e quelle sugli utilizzi alternativi delle risorse finanziarie mobilitate) carenti, l’impatto macroeconomico e gli effetti permanenti forse largamente sovrastimati, come spesso accade quando gli elementi simbolici prendono il sopravvento sui dati (vedasi in proposito la chiara analisi di Roberto Perotti Perché l’Expo è un grande errore, lavoce.info, maggio 2014 http://www.lavoce.info/archives/19567/perche-expo-e-un-grande-errore/); (5) ancora sul “modus”: a sei mesi dalla fine della grande Kermesse (dal Devoto-Oli: solenne festa annuale della parrocchia che, nei Paesi Bassi e in alcuni luoghi della Francia sett., si celebra con vistoso apparato folkloristico), nessuno sa quale sarà la destinazione dell’ area di un milione di mq dove ora sorge il sito espositivo (e tantomeno come sarà finanziato l’inevitabile riuso della stessa).
Comunque, necessariamente e patriotticamente, W l’Expo! Magari qualche retorica di troppo potrebbe esserci risparmiata; ma anche quanto a retoriche, da noi, non si bada a spese!
Legge elettorale
Bene o male la legge elettorale è legge. Non mi impalco a dare giudizi tecnici perché non sono competente e nemmeno voglio diventarlo, tanto il tema mi annoia e, per certi versi, mi disgusta: sono decenni che l’Italia ha imboccato la strada  - secondo me dissennata – di cambiare in continuazione legge elettorale, nell’illusione che i problemi sociologici di una società lacerata dalle discordie possano essere risolti cambiando il sistema elettorale; sono anni che lo fa, come paradossalmente dicono i politici “democratici”, “a colpi di maggioranza”; sono anni che si discute dello stesso tema, in una continua e francamente poco edificante battaglia di interessi a corto termine; sono mesi che questa legge è in discussione, confusamente e con geometrie dei consensi  continuamente variabili. Dunque, per favore, nella incertezza degli stessi esperti (vedansi le posizioni, per esempio, di Ainis, sul Corriere della sera e D’Alimonte su La stampa e su Il Sole 24 ore), prendiamoci questa legge e passiamo ad occuparci di cose più rilevanti per la sempre più obnubilata ripresa economica e occupazionale. Se la nostra società continua ad essere quella che è,  se l’uso del disprezzo reciproco non verrà abbandonato, se il lyssavirus rabies continuerà ad infettare il paese, non sarà la legge elettorale a mutarne il destino. E non sarebbe servito a nulla ritardare la definizione di questa benedetta o maledetta legge, lasciandoci cullare dall’eterno sofisma se sia più importante il merito (come a me parrebbe, direi sempre) o il metodo (come invece pare, quasi sempre, agli eredi del sinistrismo convenzionale).
Basta, cambiamo discorso! Proprio sul Corriere della sera, in questi giorni, Danilo Manca ha rimesso in circolo un tema che, invece, da tempo mi appassiona ed angoscia: diciamoci, chiaramente, semplicemente (e caritatevolmente), la verità sulle nostre condizioni economiche e finanziarie, delle quali per intero portiamo la responsabilità non ostanti gli insperati aiuti che l’economia globale ed Europea ci offrono ancora per un po’ (da ultimo: Quei tassi a zero che non ci meritiamo, Manca, CdS del 30 aprile); e mettiamo mano, finalmente, alle cose che possono veramente  ri-svegliare l’Italia che non è morta (forse) ma certamente dorme e sogna (anche agitatamente)!
Roma, 5 maggio 2015 (Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…..)


sabato 2 maggio 2015

Sloghiamo gli slogan

“Il profitto per il profitto”
(di Felice Celato)
Sento echeggiare spesse volte – ahimè, spesso in ambiente cattolico – questo slogan condannista, che, ne sono convinto, sentiremo ripetere molte volte a supporto delle retoriche correlate “allo spirito” dell’Expo (iniziativa sulla quale ho diverse riserve, di altra natura, che non è il caso, per ora, di discutere; magari ci torneremo sopra ordinatamente).
Vorrei tentare di svolgere un ragionamento al riguardo, un ragionamento che vorrebbe essere sereno ma pur sempre un ragionamento; e perciò desideroso di serena (ma ragionata e ragionante) contraddizione.
Bene: considerare che la (deprecata da molti) logica del capitalismo consista nella produzione del profitto per il profitto, mi pare onestamente una semplificazione buona per gli slogan ma non radicata nella realtà.
Ora, il profitto è – mi pare incontestatamente – il fine dell’attività economica, un fine di per sé, credo, nobile, perché orientato alla estrazione di ricchezza (e quindi di possibilità economiche) dalle diverse attività dell’uomo. Giustamente, le varie legislazioni dei paesi c.d. capitalisti, pongono numerosi vincoli alle modalità con le quali questo (giusto) fine possa essere perseguito: e così, ci sono regolamentazioni dei rapporti di lavoro, della compatibilità ambientale degli investimenti, dell’uso e della produzione dell’energia, dell’accesso al credito,  delle modalità competitive, etc; e ci sono specifiche discipline per la tassazione del profitto, in capo a chi lo produce (l’impresa) e a chi lo percepisce ( i suoi azionisti); e ci sono anche diverse autorità preposte alla vigilanza sulla osservanza di tali normative (dalle autorità anti-trust, alle vigilanze bancarie, nazionali, europee e non solo europee; dalle autorità di borsa alle autorità fiscali, munite anche di specifiche potestà di polizia tributaria; dagli organismi che tutelano la standardizzazione di criteri contabili alla semplice magistratura che presidia l’osservanza delle dettagliatissime norme civilistiche e penali che disciplinano l’attività di impresa; etc. etc.). Sicchè, l’altro slogan corrente (un “polifonema”?) per cui il capitalismo sarebbe sempre (per connessione verbale pavlovianamente ripetuta) sfrenato o selvaggio mi pare, anch’esso, largamente infondato: poche altre attività dell’uomo sono così regolamentate come l’attività economica, direi forse nessun’ altra.
Dunque, credo, un profitto conseguito nel rispetto di queste tante normative è cosa buona e giusta. O no?
Facciamo ora un altro passo avanti: chi ricerca il profitto può farlo per puro amore dell’accumulo di ricchezza: come Paperon de’Paperoni può amare riempire fisici forzieri di monete. Ma i Paperon de’ Paperoni, con la mania di fare il bagno nelle monete, esistono solo nei cartoni animati; nella realtà gli accumulatori di ricchezza, una volta che l’abbiano conseguita (a loro rischio), molto probabilmente la investiranno, o in altre imprese (ovvero in azioni di imprese), o in altri titoli, magari obbligazionari (emessi da altre imprese per finanziare il loro sviluppo o dallo stato per fronteggiare i suoi bisogni) o anche solo depositandola in banca (la quale, dedotte le riserve obbligatorie imposte dalla normativa bancaria, ne farà prestito ad altre imprese per finanziare altri investimenti); oppure le consumeranno, magari per comprarsi lo yacht ( a sua volta costruito da un’impresa cantieristica, con tanto di ingegneri, impiegati, operai, etc) o  sontuose ville (a loro volta costruite da imprese di costruzione con tanto di ingegneri, impiegati, operai, etc); etc. etc.
Se questo quadro è vero, si può dire più sensatamente che il profitto è prodotto “per il profitto” o che il profitto è prodotto per generare altri investimenti, altri redditi e, perché no?, altri profitti? Che, macroeconomicamente parlando, il profitto è un fine o, a sua volta, un mezzo?

Ripeto: sto parlando del profitto prodotto nel rispetto delle normative che disciplinano le attività economiche. Se sbaglio, correggetemi; se ho ragione, ribellatevi con me allo slogan di cui discutiamo!
Roma, 2 maggio 2015