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sabato 2 novembre 2019

Una graffiante lettura

La società signorile di massa
(di Felice Celato)
Complici il meteo poco rassicurante e le deprimenti prestazioni golfistiche autunnali, mi sono (letteralmente) rifugiato nella lettura di un libro che raccomando all’attenzione dei miei followers (termine civettuolo per dire coloro che pazientemente scorrono questi esercizi di tediofobia). L’autore, qui più volte citato, è Luca Ricolfi, sociologo torinese, editorialista di vari giornali, genericamente ascritto alla cosiddetta sinistra ma soprattutto – mi pare – chiaro pensatore post-ideologico; il titolo: La società signorile di massa (La nave di Teseo, 2019).
Provo a trasformare in pillole la tesi di Ricolfi, che muove da dati, direi, noti (perlomeno a chi segue le più accreditate analisi sociologiche) per arrivare ad una sintesi apparentemente épatant (forse, cioè, destinata ad épater les bourgeois che, in fondo, ne costituiscono l’argomento): l’Italia  è diventata una società signorile di massa, cioè una società dove coesistono queste tre condizioni che integrano la definizione e che, contemporaneamente, si verificano solo da noi: (1) il numero dei cittadini italiani che non lavorano, al netto di quelli classificabili come poveri e degli stranieri residenti, supera largamente quelli che lavorano. Attenzione: il dato riferito agli italiani che non lavorano considera non solo i disoccupati, ma – più comprensivamente –  gli inoccupati, cioè quelli che per condizione di vita o per scelta, o perché pensionati, o coniugi di occupati, o figli a carico in attesa di “scelte di vita”, o beneficiari di anche modeste rendite, etc, possono scegliere di non lavorare; (2) non ostante ciò, il consumo medio supera il quadruplo di quello individuato come livello di sussistenza (12.000 € l’anno per famiglia di due persone). Lo società Italiana è perciò in una condizione signorile dove l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano diventa di massa; (3) il sistema economico ha cessato di crescere (scrive Ricolfi: nel mondo della crescita zero,…, è matematico che i progressi di ego siano gli arretramenti di alter e che i successi di alter siano i fallimenti di ego; con tutte le conseguenze socio-psicologiche che ne derivano per i suoi cittadini).
I pilastri su cui si regge questa società signorile di massa sono essenzialmente tre: (a) l’enorme ricchezza, reale e finanziaria che – nel giro di circa mezzo secolo – è stata accumulata dalle generazioni dei nonni e dei genitori; (b) l’abbassamento degli standard dell’istruzione che alimenta la disoccupazione volontaria dei giovin signori con l’illusione della acquisizione di competenze  che, all’apparir del vero, si rivelano inadeguate rispetto all’offerta di lavoro (di qui i famosi giovani choosy di Forneriana memoria o il record Italiano dei giovani NEET, Neither in Employment nor in Education or Training); (c) la formazione… di un’infrastruttura paraschiavistica che fa funzionare la società e le consente di assumere la caratteristica (di sapore antico) di società signorile, basata spesso sull’illegalità e sullo sfruttamento dei nuovi schiavi (stagionali, persone di servizio, dipendenti in nero, etc).
Tralascio – per brevità di sintesi – le molte considerazioni interessanti con cui Ricolfi arricchisce di analisi e di  argomentazioni (magari a mio parere non sempre condivisibili)  le scheletro del suo ragionamento; e vengo alle conclusioni dell’autore che, mi pare, portano l’acqua al mulino che su queste pagine fa da tempo girare le pale: se ci  convincessimo che quel che abbiamo ci basta e accettassimo tutte le anomalie culturali, psicologiche ed esistenziali con cui ci siamo abituati a convivere, potremmo – una volta che la crescita si è arrestata – almeno conservare il benessere che abbiamo raggiunto?
La risposta di Ricolfi è – ovviamente – netta: No. Sia per ragioni di natura finanziaria (che non sto qui a richiamare per le tante volte che ne abbiamo parlato, a proposito di debito pubblico) che per ragioni di produttività, che sono di natura industriale ma hanno effetti finanziari esplosivi (se non si esporta perché i nostri prodotti non sono competitivi, come si pagano le importazioni di cui abbiamo incomprimibile bisogno?).
Le conclusioni sul libro: molto interessante nella tesi e negli argomenti (ovviamente spesso non nuovi), scritto con esemplare chiarezza, anche piacevole alla lettura, si raccomanda a chi (molto intelligentemente) ama essere pro-vocato.
Roma 2 novembre 2019 (dedicato ai nostri cari morti).

sabato 25 novembre 2017

Letture d'autunno

Meno male che domani è Cristo Re
(di Felice Celato)
Non so se è il mese di novembre, per me mese di memorie, di nostalgie e di rimpianti; o se è il sintomo (speriamo di no) di un’ incipiente depressione di meno transitoria portata (in questo caso prometto di sospendere queste note….magari contagiose); o se è il puro decorso del tempo esistenziale (volgarmente detto vecchiaia); ma il semplice sfoglio dei giornali Italiani mi suscita ogni mattina un’ondata di scoramento e di disgusto che mi resta nell’animo fino a tarda sera e che, talvolta, aggiunge persino sconforto alle già non facili nottate. Fateci caso, prendete un giornale e seguitene attentamente anche solo l’impaginazione che – come diceva un mio storico capo che di media e società ne capiva come pochi – dà il senso all’intero giornale; per esempio il Corriere della sera di ieri: le prime 8-10 pagine sono di cronaca a vario titolo nera o dipinta di nero; e di correlati, sdegnati clamori.  L’Italia già di prima mattina ti balza di fronte con l’aspetto del vecchio malvissuto di Manzoniana memoria (cap XIII de I promessi sposi, quello del tumulto del pane) che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.
Seguono, poi, 7-8 pagine di parlare del parlare (copyright De Rita), la quotidiana dose di pretenziose banalità, nelle quali la nostra incapacità di generare aspettative (copyright ancora De Rita) sfoga la sua impotenza in reciproci rancori.
Il resto della giornata, per la verità, aggiunge all’esordio mattutino pochi conforti se non fosse per qualche lettura che talora riesce a portarti lontano dalla insostenibile noia del presente, magari verso più spirabil aere….ai campi eterni, al premio che i desideri avanza; insomma – per me – nel cuore della speranza cristiana, alla quale mi guida l’ennesima ri-lettura dell’Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger, un testo che fa respirare (e per questo ne rileggo poche pagine al giorno, come fossero la riserva di ossigeno che talora si somministra a chi ha difficoltà respiratorie).
Vabbè! Per non indugiare nella mondana cupezza, cambiamo discorso, magari restando nel campo delle letture.
Fatalmente, però, non è confortante, almeno dal mio punto di vista, nemmeno il bel libro di Luca Ricolfi Sinistra e popolo - Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, 2017, che ho appena finito di leggere. Ma vale la pena di parlarne brevemente (ne raccomando vivamente la lettura, specie a chi si pone le stesse mie domande su che cosa possa aspettarci dall’anno che viene) perché il libro incrocia due temi – la globalizzazione e il populismo (o, come sarebbe meglio dire, i populismi) – che in questi ultimi tempi hanno costituito l’argomento di diverse nostre conversazioni asincrone.
In estrema sintesi (il libro è molto vasto, non ostanti le “sole” 250 pagine, e il tentarne una sintesi, per di più estrema, non può che risultare altamente riduttivo e forse anche goffo) Ricolfi ritiene che la sinistra abbia perduto l’occasione di intercettare la domanda di protezione che i ceti più deboli (ai quali si era storicamente votata) hanno sviluppato, negli ultimi trent’anni e nei paesi occidentali, di fronte ai rischi dei nuovi assetti del mondo (liberalizzazione dei movimenti di capitali, servizi e merci; imponenti dinamiche migratorie); e che i populismi che si sono diffusi, in diverso grado e forme politiche, nei paesi occidentali siano il frutto – quanto si vuole acerbo – di questa non soddisfatta domanda di protezione (economica e sociale).
Il successo di questo avvicendamento (fra sinistra e populismo) nel ruolo di interprete delle paure e dei bisogni dei (nuovi) più deboli nel processo di globalizzazione, dipenderà largamente (prevede Ricolfi) dalla crescita economica e dal contenimento dei flussi migratori: nei paesi economicamente più dinamici e più organizzati nella gestione dei flussi migratori  è ragionevole pensare che la rivolta dei popoli si fermi al di qua della soglia di governo. In quelli ad economia stagnante e immigrazione incontrollata  è possibile che le forze populiste si impadroniscano del governo, da sole o con alleanze più o meno inedite.
Per strade meno argomentate questa è anche la mia convinzione; data la natura delle alternative ho – sorprendentemente – cessato di angosciarmene.
Roma 25 settembre 2017