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domenica 17 novembre 2024

Vènti e rotte

Una lettura nostalgica

(di Felice Celato)

Se è vero che l’incertezza del futuro è una costante delle nostre esistenze, è anche vero però, come diceva Seneca, che ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (nessun vento è favorevole per chi non sa verso quale porto dirigersi). E questa mi pare la condizione del nostro mondo occidentale, questa simbiosi geopolitica ed economica che, come recita l’Enciclopedia Treccani, abbraccia un'estesa area che include le nazioni più ricche e industrializzate dell'Europa e dell'America, nonché l'Australia, la Nuova Zelanda e il Giappone, e quei paesi accomunati, almeno idealmente, da determinate caratteristiche economiche e politiche: stato di diritto, liberalismo, liberismo economico, multipartitismo, tutela delle libertà fondamentali (di espressione e di associazione ecc.), sentite come l'eredità della democrazia e del pensiero razionalista sviluppatisi principalmente attraverso le vicende storico-culturali dell'Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese.

Ebbene, questo nostro mondo, in cui per quasi ottanta anni abbiamo vissuto senza prolungate e drammatiche scosse, sembra avvolto in una nebbia (di istanze gridate, di promesse o di minacce, di pulsioni e di irresistibili  pruriti) che non solo nasconde ogni porto ma ci induce  ad abbandonarci ad ogni vento, perché di ciascun vento cogliamo, per qualche tempo, la spinta che ci pare irresistibile. E all’interno di questo mondo, il nostro micro-cosmo Europeo (che si è fatto, come scriveva Joseph Ratzinger, attraverso la fede cristiana che porta in sé l'eredità di Israele, ma insieme accogliendo in sé il meglio dello spirito greco e romano) sembra anch’esso confuso quant’altro mai nella sua più breve storia recente; da un lato, quasi incapace di auto-riconoscersi nella meravigliosa impresa di pace e di progresso iniziata a valle della immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale; e, dall’altro, forse incapace di porre mano a quant’occorra fare per preservarne il valore.

In questo tempo così oscuro mi colpisce ogni giorno (soprattutto da noi) il contrasto fra la complessità e l’insicurezza degli scenari, da un lato, e, dall’altro, la semplificazione che sembra, da ogni parte, essere domandata alla politica e che da questa viene offerta a piene mani, attraverso slogan al posto dei ragionamenti, illusioni al posto delle realtà, semplificazioni al posto delle complessità di molti problemi, temporanee vie d’uscita al posto di soluzioni lungimiranti.

In questo mood inquieto è venuta a collocarsi una lettura in qualche modo nostalgica: di Giuseppe De Rita, Oligarca per caso (Solferino, 2024). Si tratta, in fondo, di un libro di memorie di tempi recenti, pervaso da una più che giustificata soddisfazione per il lavoro fatto, scritto da uno dei nostri grandi vecchi che ha percorso una vita a domandarsi come siamo fatti noi italiani, analizzando attentamente le morfologie delle nostre aggregazioni sociali, per coglierne i profondi significati, le insite dinamiche, i valori che esse esprimono e anche i limiti che esse manifestano. Una lettura che raccomando, soprattutto a chi, come me, …dal presente trae un flusso di nostalgie (di idee, di persone, di metodi).

La tesi cui allude il titolo è che De Rita è stato, a suo modo e con fierezza, un oligarca (in questo senso: l'oligarca ha un tessuto di potere che non dipende da un mandato verticale che cala dall'alto: quello è il gerarca, il cui potere finisce quando cade il suo dante causa. Il potere dell'oligarca sta nella capacità di tessere rapporti in linea orizzontale con quelle cento-duecento persone che in un sistema complesso possono sì regolare singole materie, ma hanno sempre bisogno di confrontarsi con gli altri). 

Da questa tessitura può nascere una felice azione politica, quando si coniuga con l’intenzionalità (cioè: con la voglia di raggiungere un obiettivo preciso agendo di conseguenza) che dovrebbe essere propria dell’agire politico (e De Rita ricorda nel libro i suoi tanti no alla politica). Ma questo è un discorso diverso che chiama in campo, non solo la tessitura di rapporti in linea orizzontale di cui l’oligarca è capace, ma soprattutto la sua capacità di aggregare il consenso, strutturato e competente, di cui l’agire politico dovrebbe nutrirsi. 

Ce ne è abbastanza, credo, per non dover giustificare la nostalgia della quale mi si è connotata la lettura del libro di De Rita.

Roma, 17 novembre 2024

 

 

domenica 10 dicembre 2017

Letture

Dappertutto e rasoterra
(di Felice Celato)
Eccomi qua, in pieno Avvento (tempo di attesa e di speranza), a segnalare una lettura che per molti sarà consolante; e, forse,  anche fonte di speranza (mondana).
Si tratta di una corposa silloge, che raccoglie, in successione, le introduzioni (cioè le Considerazioni Generali) ai 50 rapporti Censis “firmati”, fra il 1967 e il 2016, dal fondatore, animatore, Direttore e poi Presidente, appunto, del Censis, Giuseppe De Rita. Dappertutto e rasoterra si intitola il volume (edito da Mondadori e appena uscito) per riprendere, ad un tempo, forse l’ottica di osservazione del Censis ma anche la percezione della vitalità basica del tessuto sociale per tanti anni analizzato, studiato e condensato da De Rita e dai suoi.
Data la struttura del volume, la lettura (che nel mio caso sarebbe, in gran parte, ri-lettura) è un esercizio che postula tempo (il libro prende 850 pagine ed  esiste anche in e-book) e gusto per la  storia (in questo caso storia della società Italiana); ma l’ampia introduzione dell’autore (che è ciò che qui brevissimamente commento) aiuta a cogliere il filo conduttore che lega nel tempo le evoluzioni del nostro corpo sociale, dalla società semplice uscita dalla guerra a quella più articolata e ricca dei secondi ani ’60, alla vitalità diffusa (appunto dappertutto e rasoterra) del decennio ’70, fino alla crisi antropologica ed alla società del rancore dei giorni nostri, frutto – dice De Rita – del blocco dell’ascensore sociale, che ha fermentato delusioni e rabbie diverse sempre più connotate dal lutto di ciò che non è stato.
Ma De Rita – l’ho scritto più volte in questi anni – non è un gelido analista dei fenomeni sociali; è anche, a suo modo, un medico pietoso che si compiace dei sintomi buoni e che sa che “il paziente” ha bisogno di vederli, di volerli vedere e di sperare con tutte le forze che essi prevalgano su quelli cattivi. E allora – come aveva fatto nelle Considerazioni Generali del 2015 – con slancio vitale intravvede una società che, pur in un alto pericolo di sconnessione, riesce a far storia su se stessa, via via inventando una nuova fase dell’identità nazionale con naturalezza e silenziosa progressione; ed affida ad un invitto “resto” (che non accede al proscenio e alle luci della visibilità mediatica) non solo una residua resistenza al degrado ma un ulteriore movimento del nostro sviluppo, basato sulla riappropriazione della nostra identità collettiva.
Insomma: l’autore è uno dei “grandi vecchi” della nostra migliore intelligenza che, come ho detto più volte, vale sempre la pena di ascoltare e leggere con attenzione; l’introduzione al suo libro è da leggere, il libro da conservare come memoria dei cinquant’anni che abbiamo vissuto e creduto di capire.
Roma 10 dicembre 2017


domenica 16 febbraio 2014

Letture

Il popolo e gli dei
(di Felice Celato)
Con questo titolo (Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani, Laterza, 2014) Giuseppe De Rita e Antonio Galdo hanno raccolto, in una sintesi di grande respiro civile, i loro pensieri e i sensi molteplici di analisi condotte dal Censis e da altri ricercatori sociali attorno al momento cruciale che la nostra società (o, forse meglio: molte delle nostre società occidentali) stanno vivendo. Il libro si articola in tre capitoli focalizzati su quelli che appaiono agli autori i drivers delle grandi fratture che segnano l’Italia e gli Italiani (divenuti “popolo di sabbia, fragile per definizione”): (1) la progressiva sottrazione di sovranità (verso il basso – l’opaco e costoso federalismo – e verso l’alto – gli algidi organismi sovranazionali); (2) la fine della rappresentanza (la rabbiosa sudditanza che ha preso il luogo della cittadinanza, esprimendosi in una “’democrazia del pubblico’ televisivo ed informatico” che ha occupato il vuoto di rappresentanza lasciato dai partiti); (3) il potere cieco dei mercati (che ha allargato le disuguaglianze, alimentando il conflitto liquido che si disperde in molti rivoli).
Come sempre lo sono gli scritti di De Rita, anche questo è ricco di spunti di riflessione (che vanno ben al di là delle fulminanti sintesi lessicali, sempre utilissime e affascinanti) e di indicazioni positive che (“forse per inguaribile ottimismo”) delineano comunque delicate vie d’uscita.
Nel raccomandarne la lettura ai pochissimi che si fidano delle mie raccomandazioni (fra i pochi ma cari che leggono queste note) mi piace sottolineare due punti del breve volume che mi trovano particolarmente consenziente ed un terzo sul quale mi sento di affacciare qualche riserva; il primo: la breve ma centratissima analisi sull’origine del soverchiante debito pubblico italiano (“con i soldi dello Stato il ceto medio italiano, in una logica assistenziale, ha visto garantiti il proprio benessere e stili di vita superiori alle proprie possibilità”), sull’urgenza di una sua “riduzione consistente” e, infine, sulle misure pensabili per operarla (su queste ometto ogni citazione perché esse riflettono integralmente quanto io stesso da tempo mi sono avventurato ad ipotizzare su queste "pagine", facendo perno sul riequilibrio fra patrimoni familiari e patrimonio dello Stato). Il secondo: la pericolosa dilatazione delle disuguaglianze reddituali, spesso esasperata fino a livelli intollerabili. Da questo punto di vista, anzi, le misure di riequilibrio fra patrimoni personali e patrimonio dello Stato (comunque operate) troverebbero un’ulteriore giustificazione. Il terzo punto infine è quello sul quale spesso, quando leggo o ascolto De Rita, non mi sento completamente a mio agio: a mio sommesso avviso,  quando si rivolgono ai mercati (soprattutto internazionali e finanziari in particolare), le analisi di De Rita scontano una certa dose di (comprensibile ma non sempre centrato) pregiudizio culturale, quasi un residuo di retoriche mediatiche non del tutto raffinato. Faccio qualche esempio: quando si parla di téchne dei mercati finanziari (che con “semplici algoritmi e attraverso applicazioni econometriche che utilizzano a loro discrezione”….possono “accumulare in poco tempo ricchezze incalcolabili”); o quando si invoca “la necessità di uscire dalle politiche del rigore” (ma non avevamo detto quanto abbiamo sintetizzato al punto primo?); o quando si attribuisce un significato economico (al di là di quello sociale e di costume, assolutamente condiviso, come detto al punto secondo) alle retribuzioni apicali, per esempio, dei banchieri; bene, in questi casi, a mio giudizio, si rischia di confondere i sintomi con la malattia (sulla quale, mi ripeto, le diagnosi di De Rita e Galdo mi trovano pienamente consenziente).
A parte questa del resto marginale sensazione, il libro mi pare una lettura "saggia", che utilmente distrae dalle "orticarie" del "dibattito" politico corrente.
Roma, 16 febbraio 2014