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mercoledì 23 gennaio 2019

Letture liberali

Neo-liberismo percepito
(di Felice Celato)
L’asfalto, da noi – si sa, ci abbiamo anche brevemente scherzato qualche anno fa (Parole, parole, parole, del 20 novembre 2014) – è sempre “reso viscido dalla pioggia”; come il silenzio è sempre “assordante”, o i baroni inamovibili”, le tragedie "annunciate” o la nostra costituzione “la più bella del mondo”. Amiamo i polifonemi complessi, dove i suoni in cui si articolano i sintagmi perdono la loro significanza a vantaggio di una corriva banalità del parlarsi per sentirsi parlare.
Anche il liberismo non si sottrae alla regola, sicché lo sentiamo sempre nominare come “neo-liberismo sfrenato”. Bene: a questo tema (direi: del liberismo percepito e di quello reale) è dedicato il recente libro di Alberto Mingardi (direttore dell’Istituto Bruno Leoni), dal lungo ed esplicito titolo La verità, vi prego, sul neoliberismo – Il poco che c’è, il tanto che manca (Marsilio, 2019).
Dico subito che la lettura si raccomanda particolarmente agli uomini di poca fede…liberale (ma, ovviamente, di adeguata sensibilità culturale), come… viatico per un cammino di conversione. 
Nulla meglio di questa citazione dal testo di Mingardi descrive il contenuto del libro:Questo libro è scritto per mettere ordine: le parole sono importanti, vediamo di usarle bene. Per metà, le pagine [del testo]….sono dedicate al poco o tanto neoliberismo che abbiamo conosciuto. Anzitutto cercherò di distinguere fra il neoliberismo “in senso proprio”, cui si deve il cosiddetto miracolo economico tedesco degli anni cinquanta e di cui proverò a mettere a fuoco gli elementi di originalità, e neoliberismo “in senso lato”, la “leggenda nera”. Proverò quindi a comprendere quanto neoliberismo ci sia nella globalizzazione e quale è stato l’effetto, sul mondo in cui viviamo, dell’apertura dei mercati e dell’intensificarsi degli scambi. Per l’altra metà, il libro si confronta con gli argomenti dei nemici del neoliberismo, in particolare di quelli che desiderano un maggior impegno dello Stato in economia e di quelli che vorrebbero presidiare con ancora maggior decisione le frontiere. Prenderò in esame l’idea che ci voglia “più Stato”, perché senza di esso l’economia di mercato è una specie di maionese impazzita, incapace persino di produrre quell’innovazione diffusa che dovrebbe essere il suo tratto distintivo. Infine, tenterò di ragionare su un tema sul quale ragionare non dovrebbe essere facoltativo: l’immigrazione. La questione è talmente pervasiva, nel dibattito contemporaneo, che costringe a interrogarsi su come stanno cambiando le forze politiche, le preferenze degli elettori, le furbizie dei leader.
Dovrebbe bastare per suscitare la curiosità del lettori…convertendi; per noi da sempre liberali (plurale maiestatis, cioè per me), il libro è stato di conforto in un periodo molto avaro di conforti intellettuali: in fondo il liberismo, nelle forme che la storia e il pensiero hanno reso compatibili col secolo che viviamo (Mingardi fa un’ampia digressione sul liberalismo storico e sull’origine del neoliberismo), è una forma di umanesimo che chiede di tenacemente  provare, nella maniera inevitabilmente imperfetta e manchevole di tutte le cose umane, a rendere un po' più libere e responsabili le persone.
Per contro, all’origine dell’ubiqua.. critica del neoliberismo… c’è, forse, come scrive Mingardi, un’ostilità che precede la comprensione; e anche l’umanissimo desiderio di trovare un colpevole per i nostri problemi: e c’è la furbizia tutta politica di indicarlo nelle forze impersonali dell’economia; il “neoliberismo sfrenato”, appunto, o il mercato o i mercati: poco importa che nessuno abbia mai visto un “mercato” andare a votare o che i famelici “mercati” non abbiano una regia o un capo (se non nella fantasia malata di qualche inveterato complottista).
O forse all’origine dell’ubiqua... critica del neoliberismo…. c’è l’illusione percettiva che Mingardi descrive riprendendo un concetto di Josè Ortega y Gasset (da La ribellione delle masse): Venuti al mondo in una moderna società industriale, finiamo per credere che la civiltà in cui siamo nati sia «naturale». Diventiamo qualcosa di simile al «bambino viziato della storia umana, l’erede che si comporta esclusivamente come erede», convinto, per parafrasare i tre quarti dei politici contemporanei, che l’unico problema sia distribuire correttamente una ricchezza che miracolosamente continuerà ad essere prodotta; e dunque perché preoccuparsi di come produrla?
Concludo la segnalazione: il testo è lungo e appassionato. Se ne consiglia la lettura solo agli insoddisfatti del presente; gli altri possono farne a meno.
Roma  23 gennaio 2019











venerdì 19 febbraio 2016

Letture ariose

Esercizi di iconoclastia
(di Felice Celato)
Osservando me stesso – come, forse, ognuno dovrebbe fare ogni tanto, per capire come cambiamo, in meglio o in peggio, col passare del tempo (e, per quanto mi riguarda, non è un esercizio confortante) – constato che, con l’età, fra l’altro mi si è accentuata una mai del tutto latente iconoclastia. Niente a che vedere con quelli che chiamiamo i “simboli iconici” del nostro tempo (chessò i tablets o gli smartphones o anche qualche cantante pop) né coi “santini” o le immaginette sacre, cui, pure, noi cattolici spesse volte ci affezioniamo con devozione che talora sfiora la superstizione; per iconoclastia intendo, nel mio caso, una irriverente tendenza a giudicare con fastidio e, ahimè!, spesso, anche con disprezzo (con la vecchiaia i difetti del carattere si accentuano!), le opinioni convenzionali, le formule del pensiero corrente accettate e seguite dalla maggioranza; che si ipostatizzano in “icone culturali” adorate per default, perché ormai ci siamo abituati ad esse e considereremmo una bestemmia, appunto, non adorarle acriticamente o anche il solo metterle in discussione; e che si “condensano”, con automatismo pavloviano, in slogan acritici dei quali sentiamo far uso anche quotidianamente, prevalentemente, per la verità, nella materia economica dove – questa può esser una spiegazione del loro successo – sono più densi e resistenti, almeno in Italia, i pregiudizi ideologici e, spesso, l’ autentica ignoranza. Di esempi se ne possono fare a iosa (e talora qui di alcuni di essi abbiamo pure parlato): il capitalismo sfrenato, la finanziarizzazione dell’economia, il profitto per il profitto, la speculazione predatoria, e così via, di banalità in banalità.
Sarà per questa turbolenta iconoclastia senile con cui mi trovo a convivere, ma mi sono lasciato veramente catturare da un bellissimo libro di Alberto Mingardi (L’intelligenza del denaro – Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, Marsilio, 2013, disponibile anche in ebook), dal titolo provocatorio e, secondo me, forse anche infelice, ma dai contenuti veramente “rinfrescanti”.
Non è il caso di ripercorrere qui, nemmeno in estrema sintesi,  l’analisi ampia che Mingardi svolge con acume e chiarezza (e anche con vastità di riferimenti culturali) sulle distorsioni che  “l’ideologia” statalista (culturalmente dominante in Italia) ha via via apportato nella percezione dei funzionamenti del mercato (e del denaro che  rappresenta la lingua in cui si esprimono i prezzi: esso consente anche al più superficiale dei consumatori di valutare velocemente la convenienza di un acquisto). Per dare un’idea dell’aria fresca che – in mezzo alla cappa ideologica che ci asfissia – si respira invece nelle 300 e passa pagine del libro, dal blocco delle note che ho via via preso durante la lettura (potenza della lettura in  ebook!) estraggo alcune citazioni: ci si rivolge continuamente ai «mercati» come fossero soggetti in carne e ossa, dotati di volontà propria, che di tanto in tanto «sono nervosi», «ci puniscono», «premiano le scelte del governo», «scommettono su Monti», «aspettano l’esito del nuovo vertice di Bruxelles», «reagiscono bene». In realtà, il mercato non è nervoso né calmo, non punisce né premia, non frequenta le bische, non aspetta alcunché, non reagisce neppure al peggiore degli insulti. Il mercato non è un essere vivente dotato di volontà propria. Fra i comunicatori, gente che per mestiere deve farsi capire, c’è sempre la tentazione di reificare concetti astratti. Con il mercato si fa di peggio: lo si antropomorfizza, facendone una sorta di eroe negativo perennemente impegnato a smontare i disegni benevoli dei grandi del pianeta. In realtà, invece, il mercato siamo noi…. il mercato è…..una torta impastata da milioni di inconsapevoli pasticceri……una metafora: si fa riferimento a uno spazio, con cui tutti o quasi abbiamo consuetudine, per riferirsi a un complesso di relazioni fra persone, ciascuna delle quali ha fini propri….che cooperano senza che nessuno impartisca gli ordini,…dove scambiando si impara…perché il mercato non ha una «sua» idea di che cosa sia l’interesse della società nel suo complesso. È una vasta rete di relazioni sociali, nelle quali ciascuna delle parti coinvolte mira a uscire dallo scambio meglio di quanto vi fosse entrata.
Ah! si respira! Senza sentire alcuna pretesa di verità!
Sento già qualche tenace statalista alzare il ciglio con l’idea che, in fondo, anche questa del mercato sia un’icona. No, non è un’icona perché il mercato non è una cosa, una persona, un’entità: il mercato è un complesso di relazioni fra persone, un luogo astratto dove queste relazioni si intessono; e dunque, forse, il libro di Mingardi ne è una mappa.
Conclusione: lettura obbligatoria per tutti (fra l’altro il libro si legge benissimo)  specialmente per i più riottosi, che vi troveranno, appunto, non verità ma salutari spunti di riflessione!
Roma 19 febbraio 2016