Prendendo spunto da una predica.
(di Felice Celato)
Domenica ho ascoltato una bellissima predica, alla chiesa del Gesù di Roma, alle 10 (P. Ottavio De Bertolis SJ, chi non ha ascoltato mai le sue omelie, lo faccia; ne vale … il piacere!) a proposito della parabola degli operai (Mt. 20, 1-16). Chi non la ricorda? [In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. ……. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna……..]
Tante volte l’abbiamo sentita commentare, questa parabola, con riferimento alla liberalità dell’amore di Dio o anche alla “gelosia” di coloro che si ritengono i cristiani “della prima ora”, quelli che erano stati chiamati per primi e che ricevevano niente più del pattuito; stavolta mi ha colpito l’ attenzione dedicata ai chiamati “dell’ultima ora”, a quelli che nessuno ha preso a giornata ma che alla fine ricevono quanto è stato promesso agli altri.
Sono, quelli che nessuno ha preso a giornata, i disperati, quelli che hanno perso la fiducia di essere utili, quelli che hanno cercato ma apparentemente non sono stati trovati; e che quando lo sono (trovati), scoprono di essere stati fin dall’inizio preziosi, forse più preziosi degli operai “della prima ora”. Ma siamo anche tutti noi, tanto spesso, quando perdiamo l’energia della speranza, quando dimentichiamo che le nostre vie non sono le Sue vie (Is. 55, 6-9), quando siamo deboli e non percepiamo che è nella nostra debolezza che si manifesta pienamente la Sua potenza (2 Corinzi, 12, 9-10)
Al di là della bella omelia e del suo svolgimento profondamente spirituale (che non tento nemmeno di sintetizzare; e questo non ne sarebbe nemmeno il luogo!), mi è piaciuto cogliere, in questo momento molto grave per il nostro Paese, il richiamo ad una virtù teologale che è sempre stata, per me, una virtù difficile e, mi permetto di dire, ambigua: che cosa è “lecito” sperare ad un cattolico? Solo ciò che è connesso a ciò che crediamo per fede (Fede è sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi, qui Dante traduce San Paolo), cioè il disegno di salvazione che culmina nella vita eterna, dove ogni lacrima sarà asciugata? Ovvero esiste, nel perimetro della nostra fede, anche una speranza “civile”, “umana”, che è connessa ai nostri destini terreni, quando i contorni dell’esistenza si fanno oscuri? Questa speranza “civile”, che pure appare tanto radicata nella teologia della storia nell’Antico Testamento (basta leggere il salmo 121: Il custode di Israele) si è dissolta nella teologia della croce? E alla teologia della croce è estranea una speranza in Dio correlata al dipanarsi delle vicende umane?
Interrogativi molto pesanti, almeno nella mia sensibilità; che senz’altro richiederebbero una profonda preparazione teologica che so bene di non possedere. Eppure mi fa piacere pensare che non sia vano il pregare per le sorti dell’uomo (o di una comunità di uomini), quando tutto sembra bloccato dalle volontà cieche dell’uomo, quando la depravazione ha consumato i suoi effetti e nulla sembra sorgere all’orizzonte su cui basare una “ragionevole speranza” di redenzione terrena.
Viviamo un tempo molto cupo, almeno da noi; un analista economico che guarda professionalmente alle nostre vicende mi diceva oggi che gli sembra che i nostri sforzi di uscire dal presente in cui ci siamo cacciati gli appaiono un hopeless exercise, un esercizio destinato al fallimento.
Qualcuno potrebbe, forse a ragione, inorridire di fronte a questa commistione di temi. Forse però molti non hanno capito di fronte a quale baratro (economico e civile) siamo arrivati; oppure io leggo le notizie con animo troppo trepidante? E’ fuori luogo che l’unico pensiero che mi si affaccia alla mente è quello della barca travolta dai venti? E allora, mi viene da dire: “Signore, non ti importa che moriamo?”
Le ho chiamate, queste riflessioni, “divagazioni sulla speranza”. Già, forse, solo divagazioni della prima giornata d'autunno. Senza senso......speriamo.
21 settembre 2011
Un piccolo spazio per riflettere, insieme a FELICE CELATO [*Discernere è una parola che può avere almeno tre significati: (1) distinguere (tipicamente, il bene dal male);(2) riuscire a comprendere con sufficiente chiarezza, veder chiaro; e anche: (3) Giudicare. E' fin troppo ovvio che qui viene usata, come auspicio, nel secondo dei tre significati; cerchiamo insieme di veder chiaro, nella confusione, forse non involontaria, che ci circonda]
mercoledì 21 settembre 2011
lunedì 19 settembre 2011
Stupi-diario amaro
"Il minimo calorico"
(di Felice Celato)
Sul Corriere della sera on line leggo oggi questa notizia:
Solo panino e succo a chi non paga
“In mensa ricevono soltanto un panino e un succo di frutta, mentre ai compagni viene servito il pasto completo. Succede ai bambini della scuola elementare di Cesate, da giovedì scorso, dal quando è partito il servizio di refezione. La punizione sarebbe destinata ai genitori, furbetti o semplicemente poveri, che per una ragione o per l'altra non sono in regola con i pagamenti. Ma la vendetta viene servita a bambini dai sei ai dieci anni e proprio in un luogo e in un momento che dovrebbero essere educativi.”
Non voglio commentare il fatto, di per sé non certo confortante né sul piano educativo né su quello sociale (per i disagi che certamente denota).
Ciò che mi ha impressionato sono i commenti: la notizia era delle 12, 05 ; io l'ho vista nella pausa pranzo, diciamo alle 13,15; ebbene c'erano già 44 commenti, la gran parte dei quali improntata alla durezza: bene, era ora!, giusto! giustissimo!,corretto!, finalmente!, la scuola non è beneficienza!, l'azienda che gestisce la mensa non è la Caritas!, chi non paga non ha!, non è che il bimbo muore di fame, ha anche un "minimo calorico" ugualmente concessogli, etc. Le considerazioni a supporto dei commenti “positivi”, espresse quasi tutte con linguaggio mediaticamente convenzionale ( furbetti, buonismo, più controlli, si rivolgano al Premier, magari i genitori hanno il SUV, etc), avevano tutte un sapore di rigorosa razionalità sociale, amministrativa, equitativa, quasi come se l'Italia fosse un paese di perfetti cittadini, potenziali ottimi amministratori e di tassonomici soppesatori di valori.
Non mi interessa nemmeno discutere la fondatezza di questi sistemi di giudizio; solo mi preme notare la quantità di (non cieco, ma) ragionato rancore che la gran parte di questi quasi istantanei commenti trasuda: in molti hanno avuto fretta di gridare il loro punto esclamativo, severo, rigoroso, insofferente di altre ragioni, sommario, inappellabile.
Bene, direbbe un inguaribile ottimista, possiamo stare tranquilli: potremo contare su molti cittadini modello sui quali ricostruire un Paese più giusto! Vedremo.
Male, molto male, dico io che – dicono – sono incline al pessimismo: con quello che ci aspetta in questo tragico autunno, queste dosi massicce di rancore che circolano nel sangue del nostro popolo non possono che portare male, molto male: "E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina, e se ne produce, la divoreranno gli stranieri "(Osea, 8,7). Spero di sbagliarmi, naturalmente.
19 settembre 2011
(di Felice Celato)
Sul Corriere della sera on line leggo oggi questa notizia:
Solo panino e succo a chi non paga
“In mensa ricevono soltanto un panino e un succo di frutta, mentre ai compagni viene servito il pasto completo. Succede ai bambini della scuola elementare di Cesate, da giovedì scorso, dal quando è partito il servizio di refezione. La punizione sarebbe destinata ai genitori, furbetti o semplicemente poveri, che per una ragione o per l'altra non sono in regola con i pagamenti. Ma la vendetta viene servita a bambini dai sei ai dieci anni e proprio in un luogo e in un momento che dovrebbero essere educativi.”
Non voglio commentare il fatto, di per sé non certo confortante né sul piano educativo né su quello sociale (per i disagi che certamente denota).
Ciò che mi ha impressionato sono i commenti: la notizia era delle 12, 05 ; io l'ho vista nella pausa pranzo, diciamo alle 13,15; ebbene c'erano già 44 commenti, la gran parte dei quali improntata alla durezza: bene, era ora!, giusto! giustissimo!,corretto!, finalmente!, la scuola non è beneficienza!, l'azienda che gestisce la mensa non è la Caritas!, chi non paga non ha!, non è che il bimbo muore di fame, ha anche un "minimo calorico" ugualmente concessogli, etc. Le considerazioni a supporto dei commenti “positivi”, espresse quasi tutte con linguaggio mediaticamente convenzionale ( furbetti, buonismo, più controlli, si rivolgano al Premier, magari i genitori hanno il SUV, etc), avevano tutte un sapore di rigorosa razionalità sociale, amministrativa, equitativa, quasi come se l'Italia fosse un paese di perfetti cittadini, potenziali ottimi amministratori e di tassonomici soppesatori di valori.
Non mi interessa nemmeno discutere la fondatezza di questi sistemi di giudizio; solo mi preme notare la quantità di (non cieco, ma) ragionato rancore che la gran parte di questi quasi istantanei commenti trasuda: in molti hanno avuto fretta di gridare il loro punto esclamativo, severo, rigoroso, insofferente di altre ragioni, sommario, inappellabile.
Bene, direbbe un inguaribile ottimista, possiamo stare tranquilli: potremo contare su molti cittadini modello sui quali ricostruire un Paese più giusto! Vedremo.
Male, molto male, dico io che – dicono – sono incline al pessimismo: con quello che ci aspetta in questo tragico autunno, queste dosi massicce di rancore che circolano nel sangue del nostro popolo non possono che portare male, molto male: "E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina, e se ne produce, la divoreranno gli stranieri "(Osea, 8,7). Spero di sbagliarmi, naturalmente.
19 settembre 2011
lunedì 12 settembre 2011
"Sentinella,quanto resta della notte?"
"Sentinella, quanto resta della notte?" (Isaia, 21,11)
(di Felice Celato)
Leggendo i commenti dei più autorevoli commentatori politici in questi giorni di sospensione ed attesa, mi veniva in mente questo versetto di Isaia ed il suo enigmatico seguito (Sentinella quanto resta della notte? La sentinella risponde: "Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!" ) che tanti affanni ha creato agli esegeti.
La famosa manovra non ha ancora completato il suo iter approvativo e già c’è chi ci chiede ulteriori misure “qualora le entrate derivanti dal fisco siano minori di quanto previsto e se vi fossero difficoltà a tagliare la spesa come stabilito” (cfr Corriere della sera.it, oggi, 12 settembre).
E’ possibile che il testo appena citato sia stato scritto qualche giorno prima dell’approvazione dell’ultima versione della manovra; ma è certo – e ne sono testimonianza l’odierno spread sui Bund, salito a 380 bp, ed il costo dei CDS sull’Italia che ha ormai sfondato i 500 bp (cfr Firstonline.info di oggi) – che il nostro Paese soffre di un (inevitabile) deficit di credibilità ancora più grave dei suoi problemi di debito e non ostante la supposta sufficienza contingente delle misure in corso di adozione.
Il problema torna a dimostrarsi per quello che è: la compagine politica (e forse, ancora più profondamente, sociologica) del Paese non appare, a chi la osserva da fuori senza le lenti rosa che ci siamo imposti, adeguata alla natura, alla vastità, alla complessità ed all’urgenza dei problemi che abbiamo tutti insieme di fronte, dopo anni di inutili proclami, dopo tanti impegni solenni, dopo tanti anni di fuga dalla realtà.
Già, quanto resta di questa notte del nostro presente incerto e tormentato? Quanto tempo durerà ancora questa eclissi della verità e della responsabilità che ci impedisce di vedere con chiarezza la strada da percorrere, di valutarne le difficoltà e di commisurarle alla nostra tensione verso il futuro? Per quanto tempo ancora dovremo ascoltare le bugie di cui sono condite le nostre irresponsabili autorappresentazioni? Per quanto a lungo dovremo nutrirci di rancori reciproci e di artate deviazioni dalla cruda realtà in nome di esigenze elettorali, di clientela, di fazione, di corporazione?
Non riesco a prevederlo; so solo che non riconosco più l’Italia delle sue migliori e non lontane memorie.
Scrive il direttore del Corriere della Sera che dobbiamo e possiamo farcela da soli. Dobbiamo e potremmo, verrebbe di pensare anche a me. Ma solo quando la notte sarà passata. E quando sarà possibile (prima di tutto a noi stessi) di nuovo credere in noi.
12 settembre 2011
(di Felice Celato)
Leggendo i commenti dei più autorevoli commentatori politici in questi giorni di sospensione ed attesa, mi veniva in mente questo versetto di Isaia ed il suo enigmatico seguito (Sentinella quanto resta della notte? La sentinella risponde: "Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!"
La famosa manovra non ha ancora completato il suo iter approvativo e già c’è chi ci chiede ulteriori misure “qualora le entrate derivanti dal fisco siano minori di quanto previsto e se vi fossero difficoltà a tagliare la spesa come stabilito” (cfr Corriere della sera.it, oggi, 12 settembre).
E’ possibile che il testo appena citato sia stato scritto qualche giorno prima dell’approvazione dell’ultima versione della manovra; ma è certo – e ne sono testimonianza l’odierno spread sui Bund, salito a 380 bp, ed il costo dei CDS sull’Italia che ha ormai sfondato i 500 bp (cfr Firstonline.info di oggi) – che il nostro Paese soffre di un (inevitabile) deficit di credibilità ancora più grave dei suoi problemi di debito e non ostante la supposta sufficienza contingente delle misure in corso di adozione.
Il problema torna a dimostrarsi per quello che è: la compagine politica (e forse, ancora più profondamente, sociologica) del Paese non appare, a chi la osserva da fuori senza le lenti rosa che ci siamo imposti, adeguata alla natura, alla vastità, alla complessità ed all’urgenza dei problemi che abbiamo tutti insieme di fronte, dopo anni di inutili proclami, dopo tanti impegni solenni, dopo tanti anni di fuga dalla realtà.
Già, quanto resta di questa notte del nostro presente incerto e tormentato? Quanto tempo durerà ancora questa eclissi della verità e della responsabilità che ci impedisce di vedere con chiarezza la strada da percorrere, di valutarne le difficoltà e di commisurarle alla nostra tensione verso il futuro? Per quanto tempo ancora dovremo ascoltare le bugie di cui sono condite le nostre irresponsabili autorappresentazioni? Per quanto a lungo dovremo nutrirci di rancori reciproci e di artate deviazioni dalla cruda realtà in nome di esigenze elettorali, di clientela, di fazione, di corporazione?
Non riesco a prevederlo; so solo che non riconosco più l’Italia delle sue migliori e non lontane memorie.
Scrive il direttore del Corriere della Sera che dobbiamo e possiamo farcela da soli. Dobbiamo e potremmo, verrebbe di pensare anche a me. Ma solo quando la notte sarà passata. E quando sarà possibile (prima di tutto a noi stessi) di nuovo credere in noi.
12 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
Ancora, inevitabilmente, sulla manovra
Manovra "triste"?
(di Felice Celato)
Un (inevitabile) commento breve sulla manovra ormai “in dirittura d’arrivo”, per dirla con una banalità tipicamente televisiva.
Un mio amico l’ha acutamente definita una manovra triste e la definizione mi ha convinto e fatto riflettere.
Perché questa manovra, al di là della sua possibile contingente sufficienza, appare (anche a me) triste? Anzitutto perché ogni manovra che “mette le mani in tasca agli italiani”, come dicono con turpe senso civico alcuni, è per forza triste perché preannuncia sacrifici e sacrificarsi non piace a nessuno. Ma non è questo il senso dell’aggettivazione.
Questa manovra è, ben più a ragione, triste perché:
• essa è frutto di un orrido percorso fatto di veti populisti incrociati. L’Italia ha dato una pessima immagine di sé, prontamente rinfacciataci da molti;
• perché essa rappresenta un’occasione persa: gli Italiani erano aperti, stavolta, a fare i conti con la verità ma l’operazione verità è stata ancora una volta elusa. Sanare problemi patrimoniali (e il debito pubblico eccessivo è un problema patrimoniale di tutti i cittadini) con provvedimenti di conto economico (aumentare il costo di beni aumentando l’IVA è un provvedimento che tocca, per così dire, il conto economico degli italiani) è cosa estremamente ardua che, purtroppo molto spesso non riesce; e il sospetto che la manovra possa non bastare è un sospetto diffuso, che certamente non rallegra chi è chiamato a pagare;
• essa è stata adottata in solitudine da un esecutivo ormai arrivato a fine corsa, in termini di consenso, di credibilità, di prestigio; non è il Governo del futuro ma il Governo del passato, malinconico anch’esso.
La gran parte del significato “strutturale” della manovra è affidato a due leggi costituzionali (abolizione delle province e pareggio di bilancio in costituzione) la cui seria ed equilibrata progettazione appare ben al di là delle capacità di questa classe politica; il loro percorso approvativo è poi complesso ed incerto ed il pericolo di drammatici pastrocchi è fortissimo: si pensi solo alla complessità della costruzione di un vincolo di bilancio che non si riveli una trappola mortale nel caso di cambiamenti radicali dello scenario dei tassi o dello scenario economico. Si dirà: ma lo stanno facendo in molti paesi europei! Vero. E per di più ci viene richiesto con forza da chi non si fida più (forse giustamente) della nostra capacità di autocontrollarci. Vero anche questo. Ma quello che preoccupa della nostra situazione è il contesto civile e culturale che dovrebbe radicare nella nostra costituzione una modifica così rilevante, un contesto non affidante e non tranquillizzante. Spero di sbagliarmi, naturalmente; vedremo presto.
7 settembre 2011
(di Felice Celato)
Un (inevitabile) commento breve sulla manovra ormai “in dirittura d’arrivo”, per dirla con una banalità tipicamente televisiva.
Un mio amico l’ha acutamente definita una manovra triste e la definizione mi ha convinto e fatto riflettere.
Perché questa manovra, al di là della sua possibile contingente sufficienza, appare (anche a me) triste? Anzitutto perché ogni manovra che “mette le mani in tasca agli italiani”, come dicono con turpe senso civico alcuni, è per forza triste perché preannuncia sacrifici e sacrificarsi non piace a nessuno. Ma non è questo il senso dell’aggettivazione.
Questa manovra è, ben più a ragione, triste perché:
• essa è frutto di un orrido percorso fatto di veti populisti incrociati. L’Italia ha dato una pessima immagine di sé, prontamente rinfacciataci da molti;
• perché essa rappresenta un’occasione persa: gli Italiani erano aperti, stavolta, a fare i conti con la verità ma l’operazione verità è stata ancora una volta elusa. Sanare problemi patrimoniali (e il debito pubblico eccessivo è un problema patrimoniale di tutti i cittadini) con provvedimenti di conto economico (aumentare il costo di beni aumentando l’IVA è un provvedimento che tocca, per così dire, il conto economico degli italiani) è cosa estremamente ardua che, purtroppo molto spesso non riesce; e il sospetto che la manovra possa non bastare è un sospetto diffuso, che certamente non rallegra chi è chiamato a pagare;
• essa è stata adottata in solitudine da un esecutivo ormai arrivato a fine corsa, in termini di consenso, di credibilità, di prestigio; non è il Governo del futuro ma il Governo del passato, malinconico anch’esso.
La gran parte del significato “strutturale” della manovra è affidato a due leggi costituzionali (abolizione delle province e pareggio di bilancio in costituzione) la cui seria ed equilibrata progettazione appare ben al di là delle capacità di questa classe politica; il loro percorso approvativo è poi complesso ed incerto ed il pericolo di drammatici pastrocchi è fortissimo: si pensi solo alla complessità della costruzione di un vincolo di bilancio che non si riveli una trappola mortale nel caso di cambiamenti radicali dello scenario dei tassi o dello scenario economico. Si dirà: ma lo stanno facendo in molti paesi europei! Vero. E per di più ci viene richiesto con forza da chi non si fida più (forse giustamente) della nostra capacità di autocontrollarci. Vero anche questo. Ma quello che preoccupa della nostra situazione è il contesto civile e culturale che dovrebbe radicare nella nostra costituzione una modifica così rilevante, un contesto non affidante e non tranquillizzante. Spero di sbagliarmi, naturalmente; vedremo presto.
7 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
Stupi-diario
Paghino i ricchi
(di Felice Celato)
Leggendo il giornale del 4 settembre 2011.
Leggendo il Corriere della sera del 4 settembre 2011 (pagina5) apprendo che il Ministro Tremonti ha espresso al 44° congresso delle ACLI il desiderio di portare via un cartello sul quale stava scritto:PAGHINO I RICCHI; “così” ha commentato il Ministro, "tanto per ricordarmelo!”. E il suo desiderio è stato elegantemente esaudito dagli organizzatori, sicché il Ministro ha potuto portare con sé il saggio monito di cui farà sicura memoria.
Giro pagina e vado dunque a pagina 6 e leggo: “Prelievo del 2% sui trasferimenti degli immigrati”. L’emendamento alla manovra,voluto – provate ad indovinare – dalla Lega, esenta “le persone fisiche munite di matricola Inps e codice fiscale”: insomma la nuova tassa è destinata ai ricchi immigrati irregolari; spiegano poi gli esperti di money transfer (stessa pagina del Corriere) che la nuova tassa sarà probabilmente inutile e priva di gettito significativo.
Commento: non sono d’accordo sulle opinioni …. non lusinghiere che il Presidente del Consiglio, in privato, esprime sul Paese che, in pubblico, ha sicuramente l’onore di governare da molti anni, ma credo che le continue e massicce dosi di stupido rancore che continuiamo ad inoculare nella nostra società siano una medicina esiziale per curare il vero male profondo del Paese, ancora più profondo del suo debito: l’occultamento sistematico della verità e la diffusione di grossolani messaggi propagandistici, distruttivi del tessuto civile e culturale di questa povera Italia.
4 Settembre 2011
(di Felice Celato)
Leggendo il giornale del 4 settembre 2011.
Leggendo il Corriere della sera del 4 settembre 2011 (pagina5) apprendo che il Ministro Tremonti ha espresso al 44° congresso delle ACLI il desiderio di portare via un cartello sul quale stava scritto:PAGHINO I RICCHI; “così” ha commentato il Ministro, "tanto per ricordarmelo!”. E il suo desiderio è stato elegantemente esaudito dagli organizzatori, sicché il Ministro ha potuto portare con sé il saggio monito di cui farà sicura memoria.
Giro pagina e vado dunque a pagina 6 e leggo: “Prelievo del 2% sui trasferimenti degli immigrati”. L’emendamento alla manovra,voluto – provate ad indovinare – dalla Lega, esenta “le persone fisiche munite di matricola Inps e codice fiscale”: insomma la nuova tassa è destinata ai ricchi immigrati irregolari; spiegano poi gli esperti di money transfer (stessa pagina del Corriere) che la nuova tassa sarà probabilmente inutile e priva di gettito significativo.
Commento: non sono d’accordo sulle opinioni …. non lusinghiere che il Presidente del Consiglio, in privato, esprime sul Paese che, in pubblico, ha sicuramente l’onore di governare da molti anni, ma credo che le continue e massicce dosi di stupido rancore che continuiamo ad inoculare nella nostra società siano una medicina esiziale per curare il vero male profondo del Paese, ancora più profondo del suo debito: l’occultamento sistematico della verità e la diffusione di grossolani messaggi propagandistici, distruttivi del tessuto civile e culturale di questa povera Italia.
4 Settembre 2011
venerdì 2 settembre 2011
Olimpiadi 2020
(di Felice Celato)
E’ ufficiale: Roma si è candidata per ospitare le Olimpiadi del 2020!
Sere fa, nell’unica rete della Rai che, secondo me, merita di essere seguita (Rai Storia), ho visto, purtroppo solo in parte, un bellissimo servizio, forse di fine anni ’50, nel quale si descriveva la fervida ed operosa preparazione delle Olimpiadi del 1960: il nuovo aeroporto, le nuove vie di comunicazione, il palazzo dello sport, il villaggio olimpico, lo stadio olimpico, etc: un grande sforzo realizzativo, una grande vitalità, una traboccante fiducia nel futuro, l’orgoglio e lo slancio del fare!
Un’altra Italia, mi sono detto, un paese diverso da quello diviso, corrotto, rancoroso, incattivito, sfiduciato in cui viviamo oggi, purtroppo!
Vedo già lo scenario nel quale, Dio non voglia!, ci troveremo affondati qualora dovessimo essere prescelti fra gli altri cinque candidati (Tokyo, Madrid, Istanbul, Doha e Baku): dubbi radicali sulla scelta (perché non spendere i soldi, chessò, per gli ospedali? O per le carceri?), polemiche sui ritorni degli investimenti, aspre contese sulle aree interessate, baruffe paesane sui finanziamenti (perché il Nord dovrebbe finanziare l’iniziativa di Roma?), polemiche violente sui progetti, sospetti sugli appalti, ricorsi sugli appalti, indagini e blocchi di lavori, progressivi slittamenti di tempi e costi, e chi più ne ha più ne metta nel conto preventivo delle consuete lacerazioni con le quali diamo corpo alla macerazione del nostro tessuto civile.
Commentando, su questo blog, alcune delle argomentazioni che fiorivano attorno alle varie posizioni sui recenti referendum, nel giugno scorso, mi domandavo …..crudamente: “siamo cotti?”. Dobbiamo ammettere che la nostra generazione ha accumulato nella società una dose così soverchiante di sfiducia in se stessa da perdere ogni capacità di progettare in grande e di fare bene?
Spero con tutte le forze di no ma temo dannatamente che la risposta sia positiva. Su un tema tutt’affatto diverso (quelle delle manovre finanziarie di luglio,agosto e settembre) lo spettacolo grottesco delle misure esotiche immaginate di sera e abbandonate di mattina ha offerto del nostro Paese un’immagine devastata da populismi ed irresponsabilità, paralizzato dal palleggio dei sacrifici in funzione della protezione dei rispettivi clientes, incosciente delle urgenze e della gravità della situazione. Che cosa ci lascerebbe sperare che nel confronto con un’impresa così impegnativa (sul piano finanziario, realizzativo ed organizzativo) come quella implicata dalle Olimpiadi saremmo capaci di ritrovare gli animal spirits (“una spontanea spinta all’azione piuttosto che all’inazione”, J.M. Keynes) che innervano le grandi imprese (siano esse una serie di grandi realizzazioni o il salvataggio di un Paese affondato nei debiti)?
Leggendo le prime pagine del bellissimo (e per certi aspetti commovente) romanzo dell’Autostrada del Sole, La strada dritta di Francesco Pinto, edito da Mondadori (“il giorno in cui……viene dato inizio ai lavori, non c’è nulla: non un progetto definitivo, non le tecnologie, non le competenze professionali, non i soldi necessari. C’è sola una cosa: il coraggio di pochi uomini capaci di immaginare una via di comunicazione che unisca il Paese”) mi viene in mente quanto oggi sia impensabile un modo siffatto di procedere: non solo e non tanto perché quegli uomini coraggiosi oggi sarebbero “fermati” prima di poter stendere un chilometro di asfalto; ma perché, pur disponendo delle tecnologie e delle competenze professionali, non abbiamo oggi il coraggio di immaginare senza la censura del “chi ce lo fa fare di prenderci questo rischio?”
Ecco, chi ce lo fa fare di prenderci questo rischio? Lo penso anch’io, senza volerlo e con vergogna, di questa impresa olimpica che soverchia grandemente il Paese che siamo oggi! In fondo, se ci saremo, le olimpiadi del 2020 potremo vederle comodamente davanti al televisore nei nostri sempre più spogli salotti di un Paese di terza classe!
[So di certo che, dopo aver letto questo commento alla notizia, i pochi amici lettori di questo blog grideranno, senza scandalo, al mio (presso di loro) ben noto pessimismo. Ho già avvertito che per me pessimismo ed ottimismo non sono altro che i nomi pietosi coi quali tentiamo di esorcizzare la nostra ontologica ignoranza circa il futuro; pertanto,sono andato avanti nella compilazione della nota, nella speranza (tipica dell’ottimista!) di sbagliarmi ma nella temuta presunzione di avere, ahimè!, ragione di preoccuparmi.]
2 Settembre 2011 (spread sui Bund + 330!)
E’ ufficiale: Roma si è candidata per ospitare le Olimpiadi del 2020!
Sere fa, nell’unica rete della Rai che, secondo me, merita di essere seguita (Rai Storia), ho visto, purtroppo solo in parte, un bellissimo servizio, forse di fine anni ’50, nel quale si descriveva la fervida ed operosa preparazione delle Olimpiadi del 1960: il nuovo aeroporto, le nuove vie di comunicazione, il palazzo dello sport, il villaggio olimpico, lo stadio olimpico, etc: un grande sforzo realizzativo, una grande vitalità, una traboccante fiducia nel futuro, l’orgoglio e lo slancio del fare!
Un’altra Italia, mi sono detto, un paese diverso da quello diviso, corrotto, rancoroso, incattivito, sfiduciato in cui viviamo oggi, purtroppo!
Vedo già lo scenario nel quale, Dio non voglia!, ci troveremo affondati qualora dovessimo essere prescelti fra gli altri cinque candidati (Tokyo, Madrid, Istanbul, Doha e Baku): dubbi radicali sulla scelta (perché non spendere i soldi, chessò, per gli ospedali? O per le carceri?), polemiche sui ritorni degli investimenti, aspre contese sulle aree interessate, baruffe paesane sui finanziamenti (perché il Nord dovrebbe finanziare l’iniziativa di Roma?), polemiche violente sui progetti, sospetti sugli appalti, ricorsi sugli appalti, indagini e blocchi di lavori, progressivi slittamenti di tempi e costi, e chi più ne ha più ne metta nel conto preventivo delle consuete lacerazioni con le quali diamo corpo alla macerazione del nostro tessuto civile.
Commentando, su questo blog, alcune delle argomentazioni che fiorivano attorno alle varie posizioni sui recenti referendum, nel giugno scorso, mi domandavo …..crudamente: “siamo cotti?”. Dobbiamo ammettere che la nostra generazione ha accumulato nella società una dose così soverchiante di sfiducia in se stessa da perdere ogni capacità di progettare in grande e di fare bene?
Spero con tutte le forze di no ma temo dannatamente che la risposta sia positiva. Su un tema tutt’affatto diverso (quelle delle manovre finanziarie di luglio,agosto e settembre) lo spettacolo grottesco delle misure esotiche immaginate di sera e abbandonate di mattina ha offerto del nostro Paese un’immagine devastata da populismi ed irresponsabilità, paralizzato dal palleggio dei sacrifici in funzione della protezione dei rispettivi clientes, incosciente delle urgenze e della gravità della situazione. Che cosa ci lascerebbe sperare che nel confronto con un’impresa così impegnativa (sul piano finanziario, realizzativo ed organizzativo) come quella implicata dalle Olimpiadi saremmo capaci di ritrovare gli animal spirits (“una spontanea spinta all’azione piuttosto che all’inazione”, J.M. Keynes) che innervano le grandi imprese (siano esse una serie di grandi realizzazioni o il salvataggio di un Paese affondato nei debiti)?
Leggendo le prime pagine del bellissimo (e per certi aspetti commovente) romanzo dell’Autostrada del Sole, La strada dritta di Francesco Pinto, edito da Mondadori (“il giorno in cui……viene dato inizio ai lavori, non c’è nulla: non un progetto definitivo, non le tecnologie, non le competenze professionali, non i soldi necessari. C’è sola una cosa: il coraggio di pochi uomini capaci di immaginare una via di comunicazione che unisca il Paese”) mi viene in mente quanto oggi sia impensabile un modo siffatto di procedere: non solo e non tanto perché quegli uomini coraggiosi oggi sarebbero “fermati” prima di poter stendere un chilometro di asfalto; ma perché, pur disponendo delle tecnologie e delle competenze professionali, non abbiamo oggi il coraggio di immaginare senza la censura del “chi ce lo fa fare di prenderci questo rischio?”
Ecco, chi ce lo fa fare di prenderci questo rischio? Lo penso anch’io, senza volerlo e con vergogna, di questa impresa olimpica che soverchia grandemente il Paese che siamo oggi! In fondo, se ci saremo, le olimpiadi del 2020 potremo vederle comodamente davanti al televisore nei nostri sempre più spogli salotti di un Paese di terza classe!
[So di certo che, dopo aver letto questo commento alla notizia, i pochi amici lettori di questo blog grideranno, senza scandalo, al mio (presso di loro) ben noto pessimismo. Ho già avvertito che per me pessimismo ed ottimismo non sono altro che i nomi pietosi coi quali tentiamo di esorcizzare la nostra ontologica ignoranza circa il futuro; pertanto,sono andato avanti nella compilazione della nota, nella speranza (tipica dell’ottimista!) di sbagliarmi ma nella temuta presunzione di avere, ahimè!, ragione di preoccuparmi.]
2 Settembre 2011 (spread sui Bund + 330!)
martedì 30 agosto 2011
La politica ed il popolo
Letture d’estate
(di Felice Celato)
Segnalo ai lettori due libri apparentemente molto diversi fra loro, per natura, epoca, taglio e finalità, ma in realtà entrambi focalizzati, con intenti diversi, sul rapporto fra le masse e la politica.
Cominciamo dal più vecchio e corposo: Massa e potere di Elias Canetti (Adelphi) ; si tratta di un testo direi più di antropologia che di sociologia, finito molti anni fa (1960) ma dopo un lungo periodo di “incubazione” e di meditazione durato 40 anni. Esso raccoglie la minuziosa analisi diacronica svolta da Elias Canetti sulla morfologia e la dinamica delle masse, còlte nel loro manifestarsi nei più disparati contesti storici ed antropologici, e del potere che ad esse si rapporta. Un testo molto esteso (quasi 600 pagine, molto dense) e complesso, scritto benissimo, non tanto per esporre una tesi ma per vivisezionare con grande acume il lato oscuro della formazione delle comunità umane e dei loro miti. Una lettura molto impegnativa, impossibile da sintetizzare, ma vivificata dalla penna di un grande scrittore, di straordinaria cultura e di grande sensibilità, forse fortemente impressionato dalla dinamica delle masse che ha caratterizzato gli –ismi a cavallo delle due guerre.
Veniamo alla seconda segnalazione: L’Umiltà del male,un libro (stavolta piccolo per estensione, nemmeno 100 pagine) appena uscito (editore Laterza) dalla penna di un sociologo italiano (Franco Cassano), incline a sintesi politico-etiche, mi pare di poter dire, di alto taglio civile. Qui è più facile delineare una sintesi (sia pure estrema) della tesi che innerva la colta trattazione: il tema di fondo è tratto da una suggestiva rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore, un ben noto capitolo de I Fratelli Karamzov, nel quale viene narrata la contrapposizione fra un silenzioso Cristo ed un Grande Inquisitore (siamo nella Spagna del ‘500), nella quale quest’ultimo “processa” il Cristo come fondatore di un purismo etico aristocratico, buono per i pochi santi che suscita ma assolutamente inidoneo a porsi al livello delle masse, della loro insanabile immaturità e fragilità, della loro domanda di indulgenza e di mediocre felicità. Il Grande Inquisitore è dunque il cinico conoscitore delle masse che su questa cruda valutazione dei popoli fonda la dignità del suo potere direi “burocratico”, abbandonando ogni interesse per le ristrette conventicole dei puri.
Da qui, passando anche attraverso una sintesi di un più moderno e, per certi aspetti, omologo dibattito fra Adorno e Gehlen e di un crudo libro di Primo Levi (I sommersi e i salvati), si diparte una critica serrata ma serena all’atteggiamento di narcisismo etico che finisce per lasciare campo “politico” al dominio dei nuovi Grandi Inquisitori che da sempre sanno “che i confini fra il bene e il male non sono nitidi e prova(no) a costruire una zona grigia, dove offr(ono) complicità e convenienze, che spingano gli uomini ad optare per (loro), ad accettarne la protezione e il potere….per mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità, come se fossero bambini. Ed i mezzi possono essere i più diversi: se nella Leggenda il Grande Inquisitore esalta il miracolo, il mistero e l’autorità, oggi (i Nuovi Grandi Inquisitori) offrirebbero anche e soprattutto i consumi, il piccolo divismo dei mediocri, il narcisismo amorale dei reality”.
Difficile non dare una lettura politica e civile alla chiara e colta trattazione che, raccogliendo in sintesi la lezione di visioni apparentemente contrapposte ma non per questo reciprocamente esclusive, conclude: “dobbiamo sperare di avere grande forza morale, ma questa forza non deve mai portarci a liquidare la nostra capacità di parlare con tutti e di provare a capirne le ragioni, a dimenticare l’enorme importanza che ogni esser umano possiede ai propri occhi, a prescindere dal suo grado di perfezione”.
Se non mi sento di raccomandare la lettura di entrambi i volumi, mi piace però sottolineare la grande lezione civile e morale del secondo, la sua attualità e la sua attenta visione integrata del fare politico e sociale. Un ottimo libro.
30 agosto 2011
(di Felice Celato)
Segnalo ai lettori due libri apparentemente molto diversi fra loro, per natura, epoca, taglio e finalità, ma in realtà entrambi focalizzati, con intenti diversi, sul rapporto fra le masse e la politica.
Cominciamo dal più vecchio e corposo: Massa e potere di Elias Canetti (Adelphi) ; si tratta di un testo direi più di antropologia che di sociologia, finito molti anni fa (1960) ma dopo un lungo periodo di “incubazione” e di meditazione durato 40 anni. Esso raccoglie la minuziosa analisi diacronica svolta da Elias Canetti sulla morfologia e la dinamica delle masse, còlte nel loro manifestarsi nei più disparati contesti storici ed antropologici, e del potere che ad esse si rapporta. Un testo molto esteso (quasi 600 pagine, molto dense) e complesso, scritto benissimo, non tanto per esporre una tesi ma per vivisezionare con grande acume il lato oscuro della formazione delle comunità umane e dei loro miti. Una lettura molto impegnativa, impossibile da sintetizzare, ma vivificata dalla penna di un grande scrittore, di straordinaria cultura e di grande sensibilità, forse fortemente impressionato dalla dinamica delle masse che ha caratterizzato gli –ismi a cavallo delle due guerre.
Veniamo alla seconda segnalazione: L’Umiltà del male,un libro (stavolta piccolo per estensione, nemmeno 100 pagine) appena uscito (editore Laterza) dalla penna di un sociologo italiano (Franco Cassano), incline a sintesi politico-etiche, mi pare di poter dire, di alto taglio civile. Qui è più facile delineare una sintesi (sia pure estrema) della tesi che innerva la colta trattazione: il tema di fondo è tratto da una suggestiva rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore, un ben noto capitolo de I Fratelli Karamzov, nel quale viene narrata la contrapposizione fra un silenzioso Cristo ed un Grande Inquisitore (siamo nella Spagna del ‘500), nella quale quest’ultimo “processa” il Cristo come fondatore di un purismo etico aristocratico, buono per i pochi santi che suscita ma assolutamente inidoneo a porsi al livello delle masse, della loro insanabile immaturità e fragilità, della loro domanda di indulgenza e di mediocre felicità. Il Grande Inquisitore è dunque il cinico conoscitore delle masse che su questa cruda valutazione dei popoli fonda la dignità del suo potere direi “burocratico”, abbandonando ogni interesse per le ristrette conventicole dei puri.
Da qui, passando anche attraverso una sintesi di un più moderno e, per certi aspetti, omologo dibattito fra Adorno e Gehlen e di un crudo libro di Primo Levi (I sommersi e i salvati), si diparte una critica serrata ma serena all’atteggiamento di narcisismo etico che finisce per lasciare campo “politico” al dominio dei nuovi Grandi Inquisitori che da sempre sanno “che i confini fra il bene e il male non sono nitidi e prova(no) a costruire una zona grigia, dove offr(ono) complicità e convenienze, che spingano gli uomini ad optare per (loro), ad accettarne la protezione e il potere….per mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità, come se fossero bambini. Ed i mezzi possono essere i più diversi: se nella Leggenda il Grande Inquisitore esalta il miracolo, il mistero e l’autorità, oggi (i Nuovi Grandi Inquisitori) offrirebbero anche e soprattutto i consumi, il piccolo divismo dei mediocri, il narcisismo amorale dei reality”.
Difficile non dare una lettura politica e civile alla chiara e colta trattazione che, raccogliendo in sintesi la lezione di visioni apparentemente contrapposte ma non per questo reciprocamente esclusive, conclude: “dobbiamo sperare di avere grande forza morale, ma questa forza non deve mai portarci a liquidare la nostra capacità di parlare con tutti e di provare a capirne le ragioni, a dimenticare l’enorme importanza che ogni esser umano possiede ai propri occhi, a prescindere dal suo grado di perfezione”.
Se non mi sento di raccomandare la lettura di entrambi i volumi, mi piace però sottolineare la grande lezione civile e morale del secondo, la sua attualità e la sua attenta visione integrata del fare politico e sociale. Un ottimo libro.
30 agosto 2011
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