Ri-leggendosi
(di Felice Celato)
Da quello che sento dire dalle (poche) persone con le quali mi piace commentare i nostri tempi, constato che il presente (grave) sconforto per quello che ogni giorno dobbiamo (melius: dovremmo) leggere non è solo un mio sentire da vecchio brontolone o da lamentoso pessimista. E’ invece un diffuso sentimento di sgomento e di tristezza.
Non sto qui ad enumerarne le molte ragioni e le tantissime occasioni. Il mondo mi pare una enorme variabile impazzita; il nostro milieu quasi il passivo riflesso del cupo orizzonte che dovremmo lasciare in eredità ai nostri nipoti, senza negarci che ne siamo gli autori, inconsapevoli ma forse corresponsabili.
Per esorcizzare questa tetraggine, mi provo di tanto in tanto a ripercorre, nei vari commenti che in questi quasi 15 anni ho cercato di allineare su questo piccolo blog, le sensazioni e le riflessioni via via proposte ai miei amici da quel lontano aprile 2011, quando ho cominciato a…. tormentarli. L’intento di questo esercizio è soltanto quello di misurare se nei quasi mille post, anche lontani dal presente, siano mai fioriti accenti di durevole conforto. Ebbene, sì, ci sono stati, rari ma…, lo confesso, poco durevoli; in larga prevalenza, questi 15 anni sono passati ad allineare geremiadi (ovviamente – ne sono conscio – compatite dagli amici, meno cupi di me, che – ciononostante – hanno continuato a leggermi). Ma il mood più costante è stato quello, appunto, della geremiade.
Lasciatemi però tentare una difesa che vada oltre quella dell’età avanzata. Vi propongo un esercizio: provate a rileggere, per esempio, questo post socio-psichiatrico che, ispirato al contesto politico domestico, vi avevo propinato, anche con intento “giocoso”, giusto dieci anni fa (il 20 marzo 2015 https://felicecelato.blogspot.com/2015/03/stupi-diario-socio-psichiatrico.html ) e ditemi se vi pare (ancora) vagamente divertente o, invece, come pare a me, tuttora (10 anni dopo) terribilmente attuale; anzi, oggi, direi, terribilmente attuale su scala globale.
Rinfrescato mentalmente da un odierno articolo su Il Foglio (Rileggere Fukuyama per capire il Trumpismo, di Michele Silenzi), ho cercato (invano) nella mia disordinata biblioteca il volume di Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) che lo rese a suo tempo famoso, commentato internazionalmente ma anche controverso (e che a suo tempo avevo letto con grande interesse).
Tanto controverso nella sua tesi di fondo (la famosa “fine della storia”), che lo stesso autore, nel 2019, sentì il bisogno di chiarire e difendere la sua “profezia”, nel volume Identità (Utet, 2019), qui segnalato con un post del 7 maggio 2019 (titolo: Un must read, si direbbe oggi) e, stavolta, ritrovato fra i miei libri. Ebbene, qui, Fukuyama, prendendo spunto dalla elezione di Donald Trump al suo primo mandato Presidenziale (2016), ritorna sul tema de La fine della storia, per precisarne il senso pieno, ma anche per rivisitare una serie di concetti che mi paiono idonei a comprendere il presente, sempre in chiave socio-psichiatrica: anzitutto, il thymos (la parte dell'anima che ambisce al riconoscimento della dignità); poi le sue manifestazioni “politiche”: l'isotimia (l'esigenza di essere rispettati su una base paritaria con gli altri); e, infine la megalotimia cioè l'ambizione di essere riconosciuti come superiori.
E, aggiunge Fukuyama, la domanda di riconoscimento della propria identità è un concetto base che unifica gran parte di quanto sta accadendo oggi nella politica mondiale. Molto di ciò che passa per motivazione economica ha in realtà le sue radici (…..) nella domanda di riconoscimento, e quindi non può essere soddisfatto semplicemente tramite mezzi economici. (….) L'affermarsi della politica delle identità nelle moderne democrazie liberali è una delle principali minacce che queste si trovano ad affrontare, e se non riusciremo a ritornare a visioni più universali della dignità umana ci condanneremo a un conflitto senza fine.
Concludo questa rassegna di socio-psicologia risfogliando il (bellissimo) manuale di Gaspare Vella (Psichiatria e psicopatologia) da cui muoveva il post del 2015 e di cui, poco fa, richiamavo la rilettura. E leggo la sintetica definizione di megalomania: Il soggetto è acriticamente convinto di essere superdotato e quindi strapotente nelle proprie capacità.
Roma, 24 marzo 2025 (anniversario delle Fosse Ardeatine)
PS: ce ne è abbastanza, in questo post, per confermarmi nell’intendimento di sospendere per un po' l’alimentazione di questo blog, almeno finché non avrò qualcosa di… civilmente confortante da commentare (e, temo, per chi ne avrà voglia, ci sarà da aspettare).