martedì 27 gennaio 2026

Una spigolatura del C.U.R.

Il mendicante dantista?

(di Felice Celato)

Un primo dodicesimo del 2026 se ne è quasi andato e, nonostante la trepidante attesa, di "rarae aves" da annunciare speranzoso (cfr. ultimo post) non ne ho avvistate. Sarà perché il cielo in questo periodo è stato per lo più coperto e, si sa (e voglio sperarlo), gli uccelli rari volano alti, spesso sopra le nubi, dove c’è più luce e l’aria è più tersa.

Però un piccolo episodio – nel vecchio stile del C.U.R., il Camminatore Urbano Rimuginante che i lettori più affezionati ricorderanno – voglio raccontarlo con la speranza che almeno faccia sorridere.

La scena: la romana via Arenula, in una giornata piovigginosa; il C.U.R camminava, diretto alla libreria di piazza Argentina; dal lato su cui sorge il Ministero di Grazia e Giustizia fluivano tre grosse vetture blu, dotate di lampeggiatori e di sirene assordanti, decise a farsi largo nel traffico di media intensità (siamo in zona a traffico limitato, perbacco!) per non attardare quelli che – tutti hanno sicuramente pensato – dovevano essere degli illustri politici a bordo.

Tutti i passanti hanno sollevato lo sguardo, non sorpresi  ma almeno lievemente irritati, non foss’altro per il rumore. Del resto, Roma è spesso solcata da questi autorevoli e frettolosi convogli, vagamente sprezzanti delle altrui urgenze; e i romani non ci fanno più troppo caso, magari limitandosi a qualche colorito commento.

Il C.U.R. era fermo vicino ad un mendicante, frugando nelle tasche alla ricerca di qualche moneta da lasciare a quella tenera ombre de la rue (per dirla con la Moustaki e cantarla con Edith Piaf). Il mendicante ha alzato gli occhi anche lui e ha formulato al vento questo commento, fulminante e scettico ma non colorito come è d’uso romanesco: “annassero più piano, chè così fanno meno danni; no, dotto’ 

Non ho trovato il coraggio per esortare il mendicante ad un approccio critico meno qualunquista; ma, lo confesso, ho trovato invece geniale questa paradossale correlazione fra i tempi dell’agire politico (sempre dichiaratamente concitati, perché il paese ha bisogno di risposte rapide ed efficaci!) e la frequente inanità dello stesso; inanità che, addirittura, il mendicante configurava come intrinseca dannosità. Un’oggettiva esagerazione, certo, ma simpatica e, non di rado, anche riscontrabile.

Ripensandoci, mi è tornata alla mente una dotta citazione dantesca (dal Purgatorio, canto III, vv. 10-12), inspiratami da un breve e brillante saggio di un neurobiologo italiano che ho recentemente riletto (di Lamberto Maffei: Elogio della lentezza, Il Mulino 2014): la riporto qui di seguito (con qualche spiegazione necessaria per quelli fra noi non più freschi di studi liceali):

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade d’ogn’ atto dismaga, 

la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargò, si come vaga,

e diedi il viso mio incontro al poggio 

che ‘nverso il ciel più alto si dislaga.

[che in prosa sarebbe: quando Virgilio incominciò a rallentare il passo, abbandonando quella fretta che toglie ogni onestade all’atto dell’uomo, la mia mente, che prima era tutta raccolta in un solo pensiero (quello dell’amico Casella appena incontrato alle porte del Purgatorio), allargò di nuovo il suo orizzonte, e ritornò a pensare al viaggio verso il monte].

Forse il buon mendicante aveva in mente proprio il dismagamento dell’onestade scatenato dai piedi frettolosi? 

Tenderei ad escluderlo, anche perchè… i dantisti “traducono” quell’onestade in decoro o dignità; la fretta come negazione della gravitas del saggio. Forse semplicemente il mendicante – come me del resto – aveva solo un gran fastidio per tutto quel chiasso.

Roma 27 gennaio 2026